CRONACHE

Ci interessa sapere di te. Raccontaci come stai vivendo la quarantena, i tuoi spazi, ciò che ti fa arrabbiare, che ti mette paura e ciò che ti fa sentire meglio. Hai un’isola felice? Quali sono i pensieri che ti frullano nella testa? Noi li vogliamo sapere.

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~E. 16 anni, foto + testo

Rifugio sicuro

L’altro giorno ho fatto una foto.
Non l’ho mandata a nessuno, non lo sa nessuno, che ho fatto una foto.
Ma l’ho fatto, ho fatto una foto.
Ho fotografato il mio letto.
La stanza era al buio, solo una lampada era accesa.
Tutto al buio, tranne il cuscino, il letto con le coperte un po’ sgualcite, i libri sulla mensola, e nient’altro, nient’altro che denso vuoto scuro e nero.
Non so perché ho fotografato il mio letto in penombra.
Ero molto assonnato, molto stanco, non ero lucido.
Se mi si fosse parato davanti lo stesso spettacolo in pieno pomeriggio di certo non avrei fatto una foto.
Ma era notte, e ho fatto una foto al mio letto.
Mi sembrava così caldo, così tranquillo, così serenamente ignaro e passivo, così serafico.
Protettivo. Mi sembrava estremamente protettivo.
Ripenso ora a quella foto, e insieme mi si palesa davanti agli occhi un quadro, “La Zattera della Medusa”.
Mi vengono in mente i corpi delle persone, la loro muscolatura così tesa e così reale, la loro disperazione, le onde, il mare in tempesta, il vento, gli stracci, i corpi pallidi e spaventati.
È un quadro, ed è perciò immobile, ma è tutt’altro che fermo. È immobile, nel senso che non si muove realmente. Ma basta indugiare un po’ sulle figure, sui colori, sulle pennellate, e tutto prende vita.
Non so perché la mia mente abbia collegato quella foto a quel quadro, non ne ho la più pallida idea. Ma è successo.
Non sono poche quelle cose che succedono e non sai il perché, e non riesci a capirlo in nessun modo.
Ci sono cose che succedono e basta, cose che non dipendono da te.
A volte prima di addormentarmi penso al fatto che i miei pensieri, i suoni, le parole, le immagini, gli odori che si intrecciano nella mia testa, non sono nient’altro che atomi, elettroni, protoni e neutroni.
Atomi che si muovono, frenetici, che trasmettono impulsi, che rimbalzano, che pizzicano, che schiamazzano. Solo quello.
Nient’altro che pura e semplice materia.
Altre volte penso al fatto che tutto, io, il mondo, l’Universo, tutto, molto, molto tempo fa, infinitamente prima che io nascessi, tutti, tutto era rinchiuso in un semplicissimo atomo.
Tutta la materia in uno spazio infimo, esiguo, infinitesimo.
Concentrato, tutto così concentrato.
Sento i miei pensieri balzare da una parte all’altra della mia scatola cranica, sento le placide onde che si infrangono nella mia testa, cioff, cioff, cioff, swooooshhhh.
Siamo stati privati di un pezzo della nostra vita, penso anche a questo, non posso fare a meno di pensarci.
Una parte della nostra vita è cambiata per sempre, e non possiamo fare niente per tornare indietro, e il tempo che abbiamo perso non tornerà indietro.
Né noi né il tempo, niente e nessuno viaggia all’indietro. Aspettavo il 2020 con ansia.
Quando avevo nove o forse dieci anni, un giorno ci portarono nel corridoio. Ero ancora alle elementari e vestivamo splendidi grembiuli blu quasi tutti uguali.
Trasportammo le nostre sedie con attenzione e ci mettemmo allineati e vicini. Vedemmo un video sulla terra, sul futuro, sulle tecnologie rinnovabili.
Un ragazzo con la barba disse “Si parla tanto di 2020 ma per voi ragazzi il 2020 è il futuro, ed è vicinissimo”.
Inutile dire che me lo immaginavo diverso, il 2020.
Me lo immaginavo splendente, sfavillante, come una bolla di sapone in estate davanti casa di mia nonna.
Poi quella bolla è arrivata, si è adagiata sul palmo della mia mano, ed è elegantemente scoppiata, lasciando una scia dietro di sé.
E non è scoppiato da solo, il 2020, sono scoppiati tanti anni, tanto tempo, tanti mesi, tanti giorni, tanti minuti, tanti secondi che non torneranno più indietro, e sono scoppiati tutti insieme.
Il tempo è una cosa strana. E onestamente è una cosa che mi fa anche un po’ paura, mi mette un po’ di ansia.
Va sempre avanti, è una linea retta del grafico cartesiano, infinita, illimitata, unidirezionale.
Di conseguenza non si torna indietro, ogni secondo che viviamo è vissuto per sempre.
Ci sono stati miliardi di secondi prima del secondo che stiamo vivendo e ce ne saranno altrettanti dopo averlo vissuto, e sarà relegato per sempre al passato nell’esatto momento in cui sarà staccato per sempre dal futuro, transitando per un attimo nel presente.
Il tempo scorre sempre nello stesso modo.
Non si può andare avanti o andare indietro, non si possono saltare i momenti come nei film, non si può andare a rallentatore o più velocemente.
Si può solo andare avanti e non si può né accelerare né frenare.
E mi fa un po’ stare in ansia, questa cosa, mi mette un po’ a disagio, mi crea soggezione. Eppure è così, il tempo passato non torna indietro.
Anche in questo momento così delicato, soprattutto in questo momento.
Abbiamo perso per sempre dei momenti della nostra vita, la stagione dei giubbini di pelle, le serate in discoteca, i concerti.
Se non per sempre, di sicuro per un bel po’.
Cambieremo il nostro modo di vivere, di pensare.
Dovremo farlo, o soccomberemo.
In parte lo abbiamo già fatto, e continueremo a farlo, per il semplice fatto che non abbiamo alternative, se vogliamo andare avanti.
E di certo non possiamo andare indietro.
Dobbiamo sopravvivere, perché è l’unica cosa che possiamo fare, l’unica alternativa che abbiamo.
Personalmente provo a vivere, ma è difficile.
L’unico modo per sopravvivere è quello di crearmi un’oasi, una bolla, una zona franca, uno scudo, un mantello, una capanna, una zattera, un letto illuminato immerso nel buio.
Il letto illuminato immerso nel buio è l’emblema di tutte le oasi, di tutte le zattere in tempesta, di tutte le bolle di sapone scoppiate.
È una sfida uno contro uno, io nel mio letto illuminato contro il mondo che si sgretola.
Ma non c’è nessun vincitore e nessun vinto, perché alla fine il più delle volte mi addormento.
Mi giro, mi rigiro, penso, ripenso. Ma alla fine, sfinito, mi addormento.
E poi mi rialzo.
Faccio puzzle, a volte dipingo o più che altro disegno, canto, ballo, suono.
E poi ovviamente urlo, mi arrabbio, piango, grido, chiedo scusa, insulto.
Cucino, apparecchio e sparecchio, a volte lavo i piatti, pulisco la casa, i mobili, i tavoli, le mensole, ordino i libri, leggo, tanto, spesso scrivo, guardo film e serie tv, parlo, ascolto.
Più che altro vado avanti, forse un po’ incoscientemente, inconsciamente.
Più che altro perché è l’unica cosa che posso e possiamo fare, in questo tempo che è una bolla di sapone frantumata, che mi sembra un po’ rubato, sottratto, come se fosse mio e me l’avessero strappato dalle mani con forza, e per sempre.
E quando mi sento sopraffatto dal mondo, perché succede, basta chiudermi nel mio giardino incantato, nella mia bolla di vuoto felice, e leggere, scrivere, disegnare, fare ciò che voglio, a volte anche dormire.
Tutto sommato possiamo fare poco o nulla per fermare tutto questo.
Così nell’attesa aspettiamo, sopravviviamo.
E magari ogni tanto, se e quando ci va bene, viviamo.
25/04/2020, ore 00:42 ~E.


Margherita, 19 anni, video

Usciti da questa gabbia chi saremo

Sofia, 14 anni, testo

LA QUARANTENA…

I primi anni delle scuole medie ero una ragazzina silenziosa e molto timida. Non ero una persona socievole e di certo non uscivo la sera con gli amici, non andavo alle feste di compleanno, non dormivo dalle amiche…insomma non avevo una vita così frenetica come quella dei miei coetanei.
Pieni di insicurezze e senza alcuna aspettativa arrivarono poi, i 14 anni, la terza media e insieme ad essi le prime uscite, il primo ciclo, il primo bacio, i primi pianti per la strada, il primo pigiama party, il primo profilo instagram, la prima migliore amica, la prima rissa, la prima cotta, i primi classici, il primo 6 in matematica e l’emozione che mi provocò.
Il mio terzo ed ultimo anno alle medie non mi aspettavo che finisse così. Con tutte le catastrofi possibili, una pandemia mondiale è proprio l’ultima che mi sarei aspettata.
Devo ammettere che se tutto questo fosse successo uno o due anni fa, avrei cambiato poco della mia routine quotidiana e non avrei mai sentito così tanto la mancanza di amici, parenti, ma soprattutto della libertà.
Oggi, nel giorno 56 di reclusione, rimpiango di non aver avuto voglia di uscire quel sabato sera, che, quasi ironicamente, sarebbe stato l’ultimo. Ho passato la serata a casa di un’amica, festeggiando il suo compleanno insieme ad altri casi umani…ma non erano i miei casi umani.
I miei amici sono i tipici tredicenni che si credono fighi atteggiandosi da rockstar e vestendosi male: con i felponi e i pantaloni con il cavallo così basso che potrebbe arrivare a terra; con l’eccezione di Mattia, un vecchietto che indossa maglioni di Natale persino in Aprile, abbinandoli rigorosamente a Jeans più larghi di tutta la comitiva messa insieme. Ragazzi dall’ironia infinita, che ti fanno sorridere anche quando, persino loro, avrebbero voglia di scappare via.
Poi le ragazze le definirei…diverse.
Aurora è la giraffa della situazione, 1 metro, 70 centimetri e tanta voglia di prendere in giro noi bassini; una ragazza stupenda che passa ore ed ore a prepararsi quando l’unica cosa che si nota è il suo carattere difficile, ma sempre da apprezzare.
Nella categoria ragazze non può mancare cucciolo, Riccardo, basso, con gli occhi grandi e dolci come quelli di un neonato, una faccia tenera dall’ironia pungente, che ti rispetta sempre e sa chiedere scusa quando serve.
Chiuderei con Giulia, la mia gemella e la mia amica geniale, possiede le ciglia più lunghe che abbia mai visto e con me riesce a vantarsi della seconda scarsa che si ritrova, così bassa che persino io appoggio il braccio sulla sua testa quando sono stanca; la sola che riesce a calmarmi e che accetta di sopportare i miei drammi persino alle 3 di notte; una personcina…sincera, che riesce a prenderti in giro su tutto con la consapevolezza di avere difetti peggiori…ma noi la amiamo per quello che è.

Passare dallo stare fuori tutto il giorno a vivere barricata in casa 24 ore su 24 è stato difficile, ho fatto fatica ad abituarmici, ma alla fine, dopo 1 mese o due, ci sono riuscita.
Sento molto la mancanza dei miei amici, che, per fortuna, chiamo tutti i giorni.
Sono felice di sentirli, ma ogni chiacchierata è come un pugno allo stomaco.
Mi manca abbracciarli, consolarli, prenderli in giro e lottare con loro.
Non facciamo altro che parlare dei bei momenti passati insieme. Ogni parola, ogni ricordo, ogni risata, fa sempre male.
Avevamo tanti stupidi progetti che per noi significavano tanto: iscriversi in palestra, trovare un ragazzo, lavorare, andare alle feste…ma soprattutto fare tutto questo insieme.
Sembra stupido, ma mi piaceva così tanto uscire, avere degli amici…è stata una scoperta per me e ne ero così entusiasta che forse mi sono affezionata un po’ troppo a quella nuova normalità che avevo costruito.
Vorrei solo che tutto questo finisse al più presto, non ce la faccio più a vivere con la costante paura di perdere qualcuno che amo.
Ho paura di perdere la mia famiglia.
Ho paura di svegliarmi ogni mattina e ho paura di scoprire che qualcuno non c’è più.
Ho paura di sentire le notizie al telegiornale.
Ho paura di perderli e poi essere di nuovo felice senza di loro.
Ho paura di rimanere da sola.

Io voglio riprendermi la mia vita esattamente come era prima e fare finta che niente di tutto questo sia successo.

“Ma ti ricordi quella volta che Mattia e Giovanni mi hanno preso il cappello e l’hanno portato in giro per tutta la città?”, “Ti ricordi quando Pigi ti ha spinta in piscina vestita?” “e ti ricordi quanto stavamo bene? Quanto eravamo felici?” Ecco, quella felicità ce la riprenderemo, finirà tutto e ci riabbracceremo più forte di prima. A presto. Vi voglio bene, cari affetti stabili.
Una quattordicenne chiusa in casa


Greta, 19 anni, testo

ROMA IN QUARANTENA

È divertente il fatto che, seppur privata di qualsivoglia umanità, Roma durante la pandemia è sempre Roma: caciarona, insopportabile, calda mamma Roma.
Alla notizia della riapertura delle librerie, ho deciso di scongelarmi dalla mia camera iperbarica e, seppur riluttante, bruciarmi le retini con la luce del sole. Perché, non per vantarmi, ma io la quarantena l’ho presa seriamente. Come amo fare, infatti, mi sono rinchiusa nel mio bozzolo di coperte, ho consumato il catalogo Netflix e mangiato Pan di stelle, dunque per me i primi giorni sembravano simili ad un normale sabato sera.
Fortunatamente la mia ansia costante non ha tardato a rimettermi i piedi per terra, tanto che certi giorni i muri di casa sembravano più spessi e indistruttibili. Così sono uscita, dicevo, e il cielo azzurro e una primavera sconosciuta avevano attirato per strada molti Romani confusi, chi in cappotto, chi in canottiera.
Sembrava di vedere una città inesperta, variegata nell’abbigliamento quanto nella “scelta” o meno dell’ indossare la mascherina. Le file ai supermercati riunivano amici, familiari, e soprattutto costituivano una sorta di labirinto per me e gli altri poveri comuni mortali già muniti di provviste. Indecisi tra lo scavalcarli o il passargli sotto le gambe, pochi coraggiosi hanno timidamente chiesto “permesso”. Ah, permesso dici? E poi la distanza di un metro come la rispettiamo? Ma non era un metro e mezzo? Vabbè comunque scusa se ho chiesto, a sto punto scavalco.
Arrivo finalmente alla Feltrinelli aggirando il percorso ad ostacoli sull’Appia, e trionfante mi dirigo all’entrata. Aspè, ma ti pare che non c’è la fila? Ah, ma allora quelli di prima non stavano improvvisando una processione. Rassegnata, trovo il mio posto alla fine del marciapiede e vedo il colore rosso dell’insegna sparire davanti ai miei occhi e farsi sempre più distante.
L’uomo davanti a me è anziano, non tanto da rimanere a casa né tanto meno da indossare una mascherina, ma giusto quanto basta da guardarsi attorno costantemente, sospettoso di chiunque, come se ci fossimo messi tutti d’accordo per fare ammalare proprio lui. Si gira. Mi guarda. Decide che sto rispettando le distanze. Si rigira. Cazzo, mi scappa uno starnuto. Che faccio, lo trattengo e mi arrendo a quell’eterno fastidio o rischio il linciaggio? Lo trattengo. Niente, A quanto pare il vecchio mi ha letto nella mente, si rigira.
La fila scorre abbastanza velocemente, con mia sorpresa e anche di tutti gli altri, che avevano iniziato ad allestire accampamenti provvisori per la notte. A smuovere l’equilibrio della nostra fila perfettamente distanziata è una donna che sta tornando a casa e citofona al portone accanto al negozio. Sgomento, la gente si sposta. Fuori i righelli. È ancora un metro, sì? Nel frattempo, dal citofono “Chi è?” “Io” “Chi?” “Iooo” più forte. La fanno entrare. Il vecchio si gira.
Dopo minuti, che sembravano ore, finalmente vedo aprirsi davanti a me i dorati cancelli della libreria. Accolta da un canto angelico, fluttuo tra gli scaffali alla ricerca del libro perfetto. Quel libro che varrà la pena dell’essere uscita di casa, aver affrontato gironi di file abitate da diavoli senza mascherina, quell’unico libro inferiore al prezzo di 20€ che sarebbe diventato il mio fedele Virgilio in questa quarantena oscura.
Alla fine non l’ho trovato, ho preso un romanzo francese un po’ banale e sono tornata a casa, consapevole che sarebbe passato un bel po’ prima che mi decidessi a spostare di nuovo le mie membra dal divano. E va bene così.


M, 17 anni, testo

Il distanziamento sociale non è un’esperienza del tutto nuova per me, sono una persona generalmente riservata ed introversa quindi è successo già che in un periodo avessi voglia di isolarmi da tutto e tutti; ma la quarantena è nuova e come spesso succede quando una cosa che ti piace diventa obbligatoria non ti piace più. Viviamo un situazione abbastanza estrema quindi non è facile trovare un equilibrio e le due reazioni estreme dominanti sono state la voglia di non fare nulla da un lato e l’iper produttivismo dall’altra. Io ho reagito con la seconda ma sto cercando un equilibrio: sono cresciuto e sto crescendo tanto, non sono mai stato così costante con le mie passioni e i miei interessi, studio, leggo, scrivo e guardo film ogni giorno, faccio anche le mie visioni sugli scenari “post-covid” ma manca qualcosa e lo sto capendo adesso; qualche analista lo potrebbe definire un meccanismo di difesa contro la nostalgia ed è vero probabilmente, tenermi costantemente occupato con qualcosa mi difende dalla nostalgia e soprattutto mi difende dalle persone. 
Cerco di sentire i miei amici il meno possibile perché non mi è mai piaciuta questa modalità virtuale ma so bene che mentre io faccio “le mie cose” i miei gruppi di amicizia, le mie reti continuano a relazionarsi e manco a tante persone. 
Ho paura di star costruendo una barca per nuotare quando si inonderà tutto ma che mi perderò in un bicchiere d’acqua: ho paura che saprò riconoscere meglio il mondo che le mie relazioni umane dopo questa fase. Da una settimana ho ripreso ad uscire, vado a una villa qui vicino, uno spazio verde, un’isola felice a pochi metri da casa mia e sono contento che fuori di casa riesca a interagire meglio con me stesso, le mie paure e le mie vulnerabilità; lo spazio circostante non ha mai influenzato così tanto il mio spazio interiore. Sto ricominciando a relazionarmi, rigorosamente in chat o chiamata vocale perché se vedo una persona ma è lontana mi manca solo di più, con tutte le difficoltà e l’imperativo che do a me stesso in questo periodo è di non smettere di essere umano. Non smettere di essere umano.


Beatrice, 18 anni, testo

PENSIERI DI UNA NEODICIOTTENNE IN QUARANTENA

In realtà noi studenti avevamo chiesto semplicemente del tempo per prepararci ad affrontare quel calvario che sarebbe stato il mese di marzo.
Speravamo in una nevicata che ci avrebbe lasciati a casa qualche giorno, ma nessuno si aspettava una pandemia mondiale.
Al massimo avremmo fatto due/tre nottate di seguito come facciamo spesso per riuscire a conciliare tutto e ottenere comunque dei buoni risultati. Lo abbiamo sempre fatto. Avrei preferito di gran lunga, al presente, un mental breakdown sul libro di filosofia alle 4 di notte in cui mi maledico perché non ho saputo giocare d’anticipo.In realtà credo che all’inizio non ci fosse una persona più contenta di me per questa quarantena. Due mesi e mezzo fa avrei pregato per avere un momento di tregua dalla vita che ormai stava vivendo me: stress alle stelle, occhiaie, brufoli, caduta di capelli, chili in più.
Questa quarantena era un sospiro di sollievo. Ero nella mia bolla ideale, in pigiama, e qualunque cosa succedeva intorno a me non mi interessava più di tanto. L’irrefrenabile voglia generale di trovare qualcosa da fare, di uscire, di tornare ad aperitivare, non ha mai trovato neanche un centimetro quadrato libero nella mia testa in cui potersi annidare. D’altronde, la mia vita era già una quarantena da più o meno un anno: uscivo solo per andare a scuola (che è anche più vicina del supermercato in cui ci riforniamo durante il lockdown), il sabato sera era un momento speciale da sfruttare per cancellare la stanchezza accumulata per via dello studio matto e disperato e far spazio ad una nuova settimana, e raramente cedevo alle mie amiche che mi chiedevano di uscire. La mia vita non faceva una piega dopo il primo decreto di Conte.
Eppure due piccoli demoni dentro di me giocavano a braccio di ferro con la forza dei pro e dei contro di quella nuova quotidianità. Stavo finalmente rallentando il passo, ma a che pro? In maniera egoistica stavo mettendo i miei bisogni davanti a tutto il resto.
In poco il demone dei contro ha battuto il suo alter ego. Tutti i sogni ad occhi aperti che avevo fatto sono passati in rassegna davanti a me. Stavo lasciando andare dalle mie mani i momenti di una vita: la gita dell’ultimo anno, i cento giorni, la patente, la festa d’istituto, l’ultimo giorno di scuola passato a cantare notte prima degli esami tutti abbracciati, il discorso di fine anno che ho iniziato a scrivere in quarto ginnasio, l’addio alla scuola, gli incubi nei giorni prima della maturità, il viaggio a Barcellona, il mare, le discoteche, e tutta l’estate dei miei diciotto anni passata facendo finta che non ci sia nessun futuro che ci aspetta in una città lontana dagli affetti, decisamente stabili, fin qui conquistati e costruiti.
Sembrava una tragedia doversi perdere tutto questo.
Ma figuriamoci, sarebbe passato in un attimo e saremmo riusciti a fare tutto questo e altro. In fondo sono cose che ci toccano di diritto, chi era questo virus per arrogarsi la possibilità di decidere che noi non potevamo?
Ci scherzavamo su, ci scambiavamo i bollettini della protezione civile a fine giornata, pensavamo alle fughe in paesi sperduti, ma era pur sempre una battaglia che non toccava a noi combattere. E noi eravamo invincibili, le nostre città delle fortificazioni inespugnabili, e il nemico troppo lontano per disturbare i nostri piani. Finché questo malvagio avversario non si è presentato alla nostra porta, e senza neanche bussare ci ha rubato gli affetti, le risate, e quella convinzione per cui siamo esenti da ogni minaccia e per cui “ma secondo te proprio a me?”. E in un attimo ho visto cadere giù proprio le ultime persone che mai avrei pensato potessero crollare in questa battaglia. Ed è solo quando hai un incontro ravvicinato con il virus che capisci la nequizia di questa realtà. E tu, che fino a poco prima lo sottovalutavi e vivevi sotto il tuo caldo tetto, non puoi fare altro che prostrarti al suo volere e guardarlo annientare la tua vita e quella di chi ti sta intorno. È questa la sua grande perfidia, la capacità di metterti seduto a guardare lo show incapace di cambiare il finale.
È una sensazione che ho sempre odiato, e oggi più che mai mi sento in un incubo a più livelli, uno di quelli che ti fa svegliare di soprassalto tutta sudata. Vorrei tanto ripetermi “è solo un sogno, non agitarti così tanto, non ha senso perché tanto non è la realtà”. E potrei. Potrei davvero farlo. Ma sarebbe mentire a me stessa e a chi più di me sta soffrendo per la scia insanguinata lasciata dal virus.
Ci libererebbe tutti dal dolore straziante che ci lacera i tessuti, ma i fantasmi del passato tornerebbero comunque a tormentarci perché quel padre, quell’amico, ormai è morto e nulla può riportarlo indietro.
Questo mostro ti distrugge tutto intorno e dopo che ha finito il suo lavoro, se ne va chiudendo dietro di sé la porta, senza lasciarti la possibilità almeno di essere soccorso, aiutato, rialzato o consolato.
È la battaglia della distanza, dell’impotenza. Non puoi uscire, non puoi essere d’aiuto in nessun modo.
Puoi solo abbandonarti ai pensieri.
E nella tua mente prende forma un corpo svilito di ogni dignità, nudo, vestito di un solo sacco nero. Come se la sua morte valesse meno delle altre. Come se non bastasse l’atrocità, la violenza e la velocità con cui è stato portato via. Come se non bastasse la forza della corda che comprime il cuore nel petto di chi ha perso un padre, un marito e un figlio. Da quel giorno tutti quei numeri non sono più solo cifre inerti, ma sono volti nitidi. Sono i miei amici, i miei genitori e i miei fratelli. E da un momento all’altro tutti quei servizi che ci affrettavamo a seguire in televisione, tutte quelle notifiche che ricevevo sul telefono con gli aggiornamenti, provocavano in me un senso di ribrezzo.
Non riuscivo ad essere al settimo cielo, volevo tornare nella mia bolla. In quella cara, calda e tenera bolla fatta su misura per me in cui nulla intorno assumeva il suo tragico significato. È stato difficile svegliarsi e accorgersi di essere inadatta alla situazione, di non poter fare nulla per consolare una delle tue migliori amiche, di non poter fare nulla per abbassare quegli esorbitanti numeri che la televisione vomitava ogni mezz’ora.E per me era decisamente un problema. Per me che da piccola sentivo i miei genitori commentare la scena politica del momento e declamare paroloni sull’economia insoddisfacente, e avevo deciso che sarei diventata Presidentessa del Consiglio dei Ministri per salvare le sorti di un Paese, a detta dei miei, lacerato da Berlusconi e dai suoi mille tentacoli. “Tranquilla mamma, ci penserò io”.  È come se, in ogni ambito, toccasse a me prendere in mano la situazione e scrivere un finale più soddisfacente.
Avevo l’irrefrenabile bisogno di sentirmi utile.
Dall’inizio sono stata contraria a questa retorica dell’andrà tutto bene, è come se ci si volesse deresponsabilizzare, oltre che sminuire le vite di quelle persone per cui non è andata affatto. Andrà tutto bene? E per mano di chi? Non è vero che questo virus ci ha permesso di riscoprire la bellezza della solitudine, di attribuire il giusto peso a un abbraccio. Si stava meglio quando si stava meglio. E non possiamo tentare di sostituirci a qualunque entità ci sia e dire che andrà tutto bene, che le persone in terapia intensiva staranno bene, che le famiglie vedove staranno bene, che chi è senza lavoro starà bene. Sono parole vuote, pregne di velleità.
Crisi viene dal greco κρίσις, che, tra le altre cose, significa scelta.
È una nostra scelta come rialzarci. Non andrà impersonalmente tutto bene. Se andrà bene sarà solo perché ognuno ha messo la salvaguardia prima di tutto il resto. Prima dell’abbraccio, prima del fidanzato, prima dell’aperitivo.
Non c’è vento favorevole per chi non sa dove andare significa che non si raggiungerà mai la meta se non si ha la volontà di cambiare, e soprattutto se questa volontà non si traduce in azione.Torneremo a riveder le stelle solo perché noi, insieme, lo avremo deciso.

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