Lucha alla Città

A un anno dall’apertura della querelle sul fallimento di Atac la Casa è in vendita. Il progetto della Casa delle Donne Lucha y Siesta è in pericolo.

Per sanare i conti in rosso, frutto di decenni di disastrosa gestione economica della partecipata comunale, si ricorre alla vendita di appartamenti, depositi e stazioni lasciati da tempo in stato di abbandono e senza alcuna chiarezza sul loro futuro utilizzo. Il Comune e la Giunta non si interessano alle conseguenze delle vendite che coinvolgono interi quadranti di città e sottovalutano senza se e senza ma il prezioso sistema di servizi per il contrasto alla violenza di genere, che è in atto all’interno dell’immobile già recuperato e messo a valore nella casa delle donne Lucha y Siesta.

L’Atac ha richiesto la liberazione dello stabile di Via Lucio Sestio e, pur riconoscendone il peculiare servizio, di fatto ne richiede la chiusura, sacrificando la lotta alla violenza contro le donne sull’altare del proprio tornaconto. Da tempo chiediamo al Comune cosa pensa di fare per fermare la chiusura di Lucha y Siesta, struttura di accoglienza e polo sociale e culturale contro la violenza di genere.

Il Campidoglio e i dirigenti dell’azienda, di proprietà dello stesso Comune, tengono poco a mente che si tratta di un bene pubblico e che è loro responsabilità impegnarsi nel metterlo a disposizione per il benessere della comunità. A muoverli, invece, è l’interesse economico basato su speculazioni e clientelismo. Non possiamo permettere che a farne le spese sia la Casa delle Donne Lucha y Siesta, che adesso dovremmo lasciare di nuovo all’abbandono gettando via la ricchezza che rappresenta. Non possiamo più accettare il disinteresse del Comune e delle Giunta verso una situazione che agitiamo da più di un anno.

Una bellissima palazzina a due piani di inizio ‘900, con un ampio e curato giardino che, alla faccia delle istituzioni con la loro retorica e inconcludente solfa sulle periferie, si trova nel quartiere Tuscolano di Roma. Quando un numeroso gruppo di donne vi entrò nel marzo del 2008 trovò uno stabile fatiscente e in abbandono da più di un decennio. Le donne lo hanno recuperato, ristrutturato a proprie spese restituendolo alla sua legittima funzione sociale, con l’obiettivo di combattere la più infame delle oppressioni patriarcali: la violenza di genere e maschile sulle donne. Ad oggi la Casa delle Donne Lucha y Siesta è un progetto ibrido tra centro antiviolenza, casa rifugio e casa di semi autonomia, ma è anche molto di più. Uno spazio politico femminista e un punto di riferimento e di autorevolezza in cui si alimentano socialità, cultura e immaginazione. Da 11 anni, la casa fornisce accoglienza e sostegno ai percorsi di autonomia e uscita dalla violenza per donne e bambine/i in difficoltà; sono circa 1200 le donne sostenute nei loro percorsi di fuoriuscita dalla violenza in questo decennio; più di 140 donne e 60 minori ci hanno abitato per periodi più o meno lunghi.

È un luogo fondamentale perché in tutta Roma il Comune dispone in maniera diretta di soli 20 posti per accogliere donne che escono da situazioni di violenza, quando la Convenzione di Istanbul ne prevede per la città circa 300. Lucha y Siesta ne ha 14, il 60% dei posti di tutto il territorio comunale.

La città di Roma e il municipio VII possono permettersi una simile perdita? Le istituzioni attribuiscono a tutto ciò il giusto valore? Onestamente ci sembra di no.

Abbiamo incontrato le amministrazioni comunali di Veltroni, Alemanno, Marino e Raggi: tutte hanno letto i nostri dossier, i risultati raggiunti, il lavoro prezioso a fianco delle donne che svolgiamo quotidianamente con attivismo gratuito, le reti e le relazioni costruite che connettono gli interventi per costruire un sistema articolato e competente, le svariate migliaia di euro risparmiate dall’amministrazione per aver messo a valore il bene in modo autogestito.

Dal 2009 abbiamo interloquito con tutte le istituzioni interessate e i tanti partiti politici che si sono succeduti, sia al Comune di Roma che alla Regione Lazio; ad oggi però nessuno ha mostrato l’impegno e la volontà necessaria per evitare l’alienazione dell’immobile che crediamo sia una battaglia di giustizia e di civiltà.

Tutti – ma proprio tutti – ne riconoscono il valore. Nessuno – ma proprio nessuno – ha voluto trovare una soluzione.

Il pericolo che la Casa chiuda è reale, proprio ora che la lotta alla violenza dovrebbe essere la priorità nell’agenda politica di ogni partito. Nessuno si senta esonerato dalla responsabilità politica di questa situazione né si senta al sicuro nascosto dietro le proprie competenze e prerogative.

La violenza di genere riguarda tutti e tutte.

Nel frattempo noi agiamo e convochiamo un’assemblea pubblica per il 20 febbraio presso la Casa delle Donne Lucha y Siesta, affinché si costruisca dal basso un patto di mutua resistenza.

Dalle nostre Case non ce ne andiamo, semmai ci prendiamo la rincorsa per invadervi le strade.

#luchaysiestanonsivende

#luchaliberatutte

 

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