INTERVISTA A LUCHA Y SIESTA

Intervista a cura di Marzia Schenetti

 

Cosa significa nel concreto, ci racconti della storia, l’idea, l’esigenza dei primi anni?

Il progetto è nato nel 2007 all’indomani di un terribile femminicidio che ha portato centinaia di migliaia di donne a manifestare in segno di sdegno e protesta contro gli attacchi machisti e sessisti sulle donne, a questo si univa la questione abitativa che Roma soffre da anni e che coinvolge le fasce più deboli e precarie della popolazione, tra cui le donne sole e con bambini molte delle quali escono da relazioni violente o non possono farlo per la mancanza di una soluzione abitativa diversa rispetto alla casa con l’uomo violento. Se la tua casa diventa la tua trappola la prima via d’uscita è trovare un’altra casa, ma è difficile farlo se hai vissuto anni di violenze fisiche e psicologiche che molto spesso ti hanno fatto perdere la fiducia in te stessa e nelle tue capacità.

Atac è la società del trasporto pubblico della città di Roma ed è la proprietaria della palazzina dove si trova la casa delle donne Lucha y Siesta che era stata lasciata abbandonata da diversi anni.  Dovete sapere che ci troviamo nel quartiere Tuscolano, uno dei più densamente popolati di Europa, una periferia con una forte componente popolare e migrante, qui ogni spazio sottratto al degrado e all’abbandono è molto prezioso. Atac, che per buona parte appartiene al Comune di Roma, da anni soffre una situazione economica disastrosa dovuta ad anni di cattiva gestione e di spreco ai danni dei cittadini e delle cittadine di Roma. Oggi, per sanare il debito con i diversi creditori Atac intende vendere il proprio patrimonio immobiliare; circa 15 proprietà immobiliare che includono importanti proprietà con valore storico culturale perché hanno ormai quasi 100 anni, appartengono al tessuto storico urbanistico della città ed è un pericolo pensare di venderle ai privati che ne faranno centri commerciali o chissà che cosa, ci sono diversi comitati di cittadini che si oppongono a tutto ciò. In questo contesto si inserisce la storia di Lucha y Siesta che abbiamo salvato dal degrado e valorizzato con un importante progetto per le donne che scelgono di uscire dalla violenza.

  • Nei locali hanno vissuto, vivono, trovano rifugio donne?

Lucha ha dato casa a circa 140 donne in 10 anni e 1100 hanno ricevuto orientamento ai servizi, ascolto, tutela legale e accompagnamento psicologico attraverso lo sportello autogestito che riceve 3 volte a settimana e il consultorio psicologico che abbiamo attivato. Lo sportello risponde via mail e fb ad ogni richiesta di informazioni e ha un numero di telefono diretto per prendere appuntamento e ricevere un primo orientamento se ci si trova in difficoltà.

  • Nella vostra pagina descrittiva, sul vostro sito https://luchaysiesta.wordpress.com, scrivete che non siete una casa di accoglienza nè un centro antiviolenza, ma tutto questo e molto di più. Cosa si intende? Forse si vuole sottolineare anche una sorta di indipendenza, data da un’autogestione?

Negli anni abbiamo capito che Lucha è un progetto dinamico che non può aderire ad un modello rigido perché altrimenti rischia di non riconoscersi più nei bisogni e nei desideri delle donne che la vivono. Ormai è conosciuta come una casa delle donne autogestita, perché la comunità di donne che la vive si organizza in maniera autonoma e indipendente con l’obiettivo di rendere serena la convivenza e costruire momenti di apertura verso il territorio. Così facendo si favoriscono momenti di crescita e di confronto che siano personali e collettivi.

  • Quest’anno sono dieci anni di storia Lucha Y, dieci anni di esperienza. Cosa è cambiato nel corso di questi anni, e cosa maggiormente valutate oggi in merito:

– alle situazioni di chi vi chiede aiuto e sostegno.

Negli anni Lucha ha accolto donne di tantissime nazionalità, età o religione e sarebbe impossibile definire in breve le migliaia di storie che Lucha ha conosciuto e accolto. Ognuna ha una storia diversa e personale, ma la narrazione pubblica della nostra esperienza ha la voce della trama collettiva che ci tiene tutte unite aldilà dei ruoli e delle biografie.

La città soffre un’importante carenza di servizi dedicati alle donne in difficoltà o che scelgono di uscire dalla violenza, al momento i posti letto si contano sulle dita di una mano, in 4 centri comunali. Sono numeri troppo bassi! Lucha è già un servizio a disposizione delle donne perché siamo inserite all’interno di una rete professionale che riconosce il lavoro che abbiamo fatto in questi anni; un luogo di accoglienza a tempo variabile, orientamento e ascolto, una casa con 14 stanze, un luogo di elaborazione, di sperimentazione sociale e di proposta culturale.

L’alternativa per le donne che sono oggi a Lucha sarebbe, per alcune accettare un lavoro domestico h24, che molte di loro hanno già fatto e hanno lasciato perché si tratta di una lavoro sottopagato e che molte sono state costrette a fare in nero. Altre andrebbero a popolare la schiera di donne costrette a convivere in appartamenti sovrappopolati in condizioni estremamente precarie e a caro prezzo

– alle risposte su cui potete contare o non contare.

Il gesto di rottura prodotto dieci anni fa con l’occupazione dello stabile di Via Lucio Sestio dimostrava, già all’epoca, che le risposte abbiamo voluto cercarle nel fare collettivo e politico delle donne. I dati sulla violenza, il divario salariale e le disparità di trattamento in moltissimi campi della nostra vita, ci dicono che gli interventi di contrasto sono insufficienti e che non aggrediscono le radici culturali della violenza economica, fisica o psicologica. Lucha y Siesta dimostra che insieme ai servizi devono essere aperti spazi di incontro e di dibattito che permettano a tutte e a tutti di partecipare e di crescere. Riteniamo molto importante assumersi la responsabilità collettiva rispetto a fenomeni che, pur essendo percepiti come privati, investono migliaia di donne e di uomini nel nostro paese. In questi dieci anni abbiamo anche sentito un fortissimo appoggio dalla rete di associazioni e collettivi che lavorano al contrasto alla violenza che hanno visto nella nostra esperienza un nodo nuovo ed innovativo da aggiungere la rete che stiamo tessendo.

– questione politica della relazione tra donne.

Ne facciamo una pratica quotidiana. Se è vero che siamo attive da dieci anni e che abbiamo accumulato in questi anni tanta esperienza, è anche vero che abbiamo sempre messo al centro l’essere un gruppo di donne che cambiano, crescono, soffrono e a volte si scontrano; alcune sono donne che scelgono di partecipare ad un progetto politico altre sono donne che scelgono Lucha come casa. E’ chiaro che ci sono esigenze e prospettive diverse e non abbiamo alcune pretesa di uniformare l’una all’altra, ma tutte portiamo rispetto verso un luogo fisico e simbolico che è prezioso per tutte. L’autogestione è anche autocritica continua alla ricerca di punti di incontro fra vite e biografie che a Lucha si incontrano.

  • La vostra situazione è stata vissuta consapevolmente in uno stato di precarietà, in quanto appunto avete operato e operate in una palazzina occupata. Questa situazione precaria può avere inciso sulla vostra indipendenza?

Non siamo una generazione abituata alla stabilità e alle grandi certezze ma all’indipendenza si! Quindi direi che ad essa non abbiamo mai rinunciato e ciò ha permesso di crescere in maniera libera. Il fatto che la palazzina sia occupata non significa che i risultati che in essa si realizzano abbiano vita precaria, anzi riteniamo di aver prodotto risultati intangibili con ricadute positive che hanno già lasciato un segno.

  • Certamente ha inciso negativamente sul non potere accedere a finanziamenti, e/o partecipare a bandi pubblici. Come vi siete organizzate in questi anni per finanziarvi?

I bandi e i finanziamenti non sono stati in principio il nostro primo pensiero, altrimenti avremmo cercato lavoro piuttosto che costruire un esperienza politica e sociale innovativa. Le entrate vengono soprattutto dal contributo volontario delle persone che frequentano la casa. Infatti organizziamo spesso dibattiti, presentazioni di libri, spettacoli teatrali e laboratori per bambini. Abbiamo anche un ottimo rapporto con il quartiere dove ci troviamo e che ha dimostrato una grande solidarietà nei confronti della casa e di chi la vive, perché Lucha è aperta a tutte e a tutti.

In questi anni abbiamo poi scelto di aprire un’omonima associazione che oggi, dopo 10 anni di esperienza, ci permette di accedere a diversi progetti, come la sensibilizzazione nelle scuole o i laboratori sulla salute con le donne migranti. Proprio in questi giorni sta per partire lo sportello antiviolenza presso i locali del municipio, un servizio fondamentale per il territorio.

  • Quali sono le vostre attività?

Moltissime e diversissime! Nella sala grande si svolgono Incontri di diverso taglio sulla questione di genere; laboratori artistici contro le rappresentazioni femminili stereotipate, dibattiti sulle lotte delle donne nel mondo, incontri esperienziali con attiviste femministe che mettono a disposizione la loro esperienza, corsi formazione sugli strumenti di contrasto alla violenza di genere. In Biblys, la biblioteca autogestita, disponiamo di un patrimonio librario che si concentra sulle questioni di genere, storia del femminismo e letteratura al femminile. Nella sala Poliedro si svolgono laboratori legati alla genitorialità e al mondo per l’infanzia. Poi c’è la sartoria artigianale Lys che ospita un atelier espositivo e organizza corsi di formazione aperti al territorio. Nello spazio Limen, si svolgono gli incontri del laboratorio popolare di psicologia e, infine, negli uffici svolgiamo i colloqui di orientamento e ascolto. Non possiamo poi omettere di citare il nostro grande giardino che ha ospitato per anni un mercato artigianale, proiezioni di film e tantissime attività all’aperto.

8) Da mesi la Casa Lucha y vive l’incubo dello sfratto. Lo stabile è nella lista delle proprietà Atac da vendere. Sono mesi di lotta per non perdere non solo “il luogo” ma ottenerlo definitivamente, soprattutto come riconoscimento del valore esperienziale consolidato in 10 anni.

Cosa ha fatto la politica negli ultimi mesi in merito, e cosa vi aspettate?

Sarebbe uno sgombero e non uno sfratto, visto che non c’è stata alcuna forma di regolarizzazione in questi anni e proprio per questo ci piacerebbe dialogare con chi di competenza per una positiva soluzione della vicenda. Lo stabile non deve diventare nostro, ci mancherebbe altro! Vogliamo in primis che venga destinato ad attività di contrasto alla violenza di genere e che rimanga un luogo di incontro e scambio delle donne. Chiediamo che venga bloccata la vendita e che si riconosca il valore sociale di un esperimento che in questi anni ha lavorato per una città capace di far fronte alla crisi sociale e del welfare. Le collaborazioni che abbiamo sviluppato in questi anni con assistenti e servizi sociali e altre associazioni che lavorano al contrasto alla violenza di genere dimostrano che abbiamo restituito un patrimonio sociale che vale di più di un immobile che è stato trovato abbandonato nel 2008.

Mesi fa era stato aperto un dialogo con l’amministrazione comunale che noi confidavamo portasse, almeno, alla costruzione di possibili scenari sul destino dello stabile. L’iniziale sprint è ora fermo e il futuro della casa è incerto, per ora rimane un impegno verbale della Regione Lazio a sostenere la nostra esperienza qualora con il Comune si trovassero strade percorribili sulla stabilizzazione dell’immobile, ma su questo punto è necessario che il Comune si attivi con proposte pratiche di soluzione della vicenda che riguarda l’immobile.

  • Avete portato il problema a livello nazionale e molte donne si sono attivate per sostenere la vostra causa anche con l’ultima manifestazione del 23 gennaio. 
    Sentite a sufficienza questa presenza o mancano alcuni tasselli e/o livelli che vi darebbero maggiore sostegno?

La campagna #luchaysiestanonsivende contro la vendita di Lucha ha fatto conoscere la nostra esperienza a moltissime persone anche all’estero, abbiamo raccolto 8000 firme che ci hanno permesso di aprire il dialogo con chi governa la città. La migliore dimostrazione di solidarietà sarebbero l’apertura di migliaia di case delle donne autogestite, noi a Roma ne vorremmo una in ogni Municipio. Purtroppo la tendenza è un’altra, gli spazi delle donne sono sotto attacco e non ne viene riconosciuto il portato politico e sociale, anche questa riteniamo sia violenza.

Nel quotidiano come state vivendo all’interno della casa?

Non nascondiamo una certa preoccupazione, ma la vita continua e non possiamo permetterci di farci immobilizzare da un timore. Siamo pronte ad affrontare il futuro, posto che è stata proprio una grande sfida a portarci sin qui. La vita nella casa continua, con gli incontri di gruppo e le attività settimanali, la cura di casa e del giardino. Non possiamo certo permetterci di stare ferme.

  • Ipotizzando e augurandoci tutte, che la Casa Lucha y Siesta possa presto avere un suo definitivo riconoscimento, quali sono i progetti prioritari che mettereste sul tavolo?

Per noi è fondamentale che aumentino i luoghi a disposizione delle donne. Non solo sportelli e servizi, ma veri e propri luoghi fisici che fungano da presidi territoriali di aggregazione sociale e per contrastare la violenza di genere e la solitudine che essa scatena.

Il nostro sogno sarebbe ristrutturare e renderlo ancora più accessibile e aperto questo posto, abbiamo pubblicato un possibile progetto di riqualificazione firmato da Alessandra Marsiglia ed è disponibile nel nostro libro “Una mattina ci siam svegliate. Storia, pensieri e parole di una casa delle donne autogestita”.

La casa delle donne Lucha y Siesta già gode di un’ottima posizione a pochi passi dalla metro ed ha un accesso direttamente su strada, il giardino, inoltre, si presta ad essere un punto di incontro territoriale perfetto. Quello che manca sono i fondi! e chiaramente la regolarizzazione, ma il progetto c’è ed e possibile realizzarlo.

12) Per ultimo, torniamo a un tema generale. In base alle vostre esperienze, cosa riscontrate oggi nel movimento delle donne che possa essere identificato come fattore migliore rispetto agli anni ‘70 e agli anni ‘90, (i primi che vedevano la nascita dei primi movimenti femministi, e i secondi che vedevano nascere le prime Case delle Donne), e cosa invece identificate come fattore peggiorativo?

Fare paragoni di esperienze politiche avvenute in fasi storiche così diverse è molto spinoso, soprattutto perché molte di noi sono nate negli anni 80, dunque le prime le abbiamo studiate sui libri e negli anni 90 eravamo molto giovani. Come possiamo identificare qualcosa di migliore rispetto alle battaglie delle donne che hanno ottenuto l’accesso all’aborto che noi oggi siamo costrette a dover ancora difendere con le unghie e con i denti o rispetto alle assemblee di donne che animavano Genova nei giorni del G8 del 2001? Noi siamo anche tutto questo e viviamo con la consapevolezza che oggi qui in Europa c’è l’innovazione portata dalle donne migranti, ci muoviamo in un contesto politico culturale consapevole della propria complessità, apertura e mutevolezza tanto che pratichiamo un femminismo intersezionale, che coinvolge l’essere donna, la mia posizione nel mondo del lavoro, da dove vengo e in quale cultura mi sono formata. La chiave oggi, è la ricerca di punti in comune il più ampiamente attraversabili da tutte piuttosto che la ricerca delle divergenze e delle diversità, altrimenti ci ritroveremo indebolite, ci ritroveremo individui e non comunità.

Il nostro sguardo va anche all’estero ad esempio alle donne del Women Building di San Francisco che negli anni’70 hanno aperto un esperimento straordinario di autorganizzazione che oggi è uno dei più importanti centri civici della città, oppure alle sorelle del Chiapas che hanno da poco concluso il primo incontro sociale, culturale e sportivo delle donne. E ancora alle sorelle argentine che hanno acceso la scintilla di Non una di meno.

NUDM, sta dimostrando che le donne possono unirsi per combattere ciò che ognuna vive in casa, a scuola, sul posto di lavoro e in ogni luogo della propria vita. Oggi è uno dei movimenti sociali più forti e capillari in Italia, in grado di dialogare in maniera ampia e trasversale e sta portando grandi risultati in termini di capacità di organizzarsi. La rete sociale di NUDM sta dando forza e vitalità a nuovi progetti di contrasto alla violenza in tutto il paese e sta favorendo un nuovo interesse per l’ottica femminista, che molte e molti giovani stanno riscoprendo come valido paradigma politico da praticare nei collettivi e nelle formazioni politiche. E’ importante sottolineare che il lavoro di NUDM sta funzionando in tante città di provincia e non solo le più grandi, fornendo strumenti e contesti di lavoro a tante piccole associazioni e case di donne che in passato si sono sentite isolate. Insomma le energie sono tante e positive e non è certo il momento di fermarsi!

Intervista pubblicata il 01/04/18 su lintelligente.it

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