“Patrimonio Comune”: i cittadini in difesa della città

A Roma una campagna cittadina per l’uso sociale del patrimonio immobiliare abbandonato

Il 15 febbraio scorso centinaia di persone si sono ritrovate nella platea settecentesca del Teatro Valle Occupato, a Roma, per la presentazione pubblica di una proposta che mira a disegnare, a partire dai cittadini, un altro profilo della città. L’occasione era il lancio della campagna cittadina per l’uso sociale del patrimonio immobiliare abbandonato“Patrimonio Comune”: un percorso di sensibilizzazione, azione e mobilitazione popolare sostenuto da decine di comitati cittadini, realtà associative, spazi autogestiti, forze politiche della capitale.

L’obiettivo: assicurarsi che i beni demaniali che non svolgono più alcuna funzione pubblica tornino nell’immediata disponibilità dei cittadini. Un ragionamento che l’art. 42 della costituzione apre anche ai beni privati in abbandono, subordinando la tutela della proprietà privata allo svolgimento di una “funzione sociale” che nel caso di immobili abbandonati è evidentemente assente.

La partita sul demanio pubblico, grazie al federalismo demaniale, è passata oggi agli enti locali, che devono decidere come amministrarli. Non a caso tra gli strumenti della campagna c’è una delibera di iniziativa popolare sull’utilizzo a scopi sociali delle centinaia di caserme, depositi, scuole, ex cinema, fondi rustici abbandonati della città scongiurando il rischio, attualissimo, che il comune ne faccia un pacchetto da vendere – o meglio svendere – per far cassa, sottraendo ai cittadini un enorme ricchezza collettiva, un patrimonio (appunto) comune.

Roma è una città allo stremo ormai da anni: 900 milioni di buco di bilancio stimato non sono che la punta dell’iceberg di una crisi sociale molto più profonda. Ma è anche la città delle grandi contraddizioni: è la capitale dell’emergenza abitativa e assieme dellaspeculazione edilizia; taglia da un lato l’erogazione di servizi al cittadino senza valorizzare dall’altro la capillare rete di servizi autogestita dal basso.

L’emergenza abitativa romana interessa circa 30.000 nuclei familiari in attesa di un alloggio popolare.

Eppure in città sono 250.000 gli immobili vuoti, di cui 51.000 nuovi e invenduti. Ciò non impedisce che i piani regolatori prevedano ulteriori colate di cemento sull’agro romano, e che nessuna nuova costruzione riguardi l’housing sociale. Nel frattempo, circa 2.000 famiglie vivono nelle occupazioni abitative messe in piedi negli anni dai movimenti per il diritto all’abitare, attraverso un rigoroso sistema di sportelli per l’emergenza abitativa dislocate nei municipi. Un concetto di abitare che non è limitato alle quattro mura entro cui vivere, ma che parla di servizi, diritti, cittadinanza e di agibilità sociale degli spazi.

Chi conosce il tessuto sociale di Roma sa bene che dall’accoglienza alle attività culturali, ricreative e sportive, dai servizi sociali all’assistenza scolastica la rete di esperienze che dal basso offrono servizi sul territorio si è sostituita negli anni ad una carente offerta pubblica, radicandosi nei municipi e nei quartieri della città. Palestre, biblioteche e scuole popolari, centri culturali, consultori, centri di accoglienza per migranti o vittime di violenza, osterie sociali, case. Su questo la campagna Patrimonio Comune ha messo in piedi un dossier – in continuo aggiornamento – che raccoglie, racconta e mette a sistema l’esistente, valorizzando una rete di esperienze di vitale importanza per la città.

Dal Teatro Valle (il cui statuto, che avrebbe riconosciuto il teatro come “Fondazione Teatro Valle Bene Comune” è stato recentemente bocciato dal prefetto), ai Cinema America e Palazzo, al Casale Pachamama, a SCUP Sport e Cultura Popolare, a Lucha y Siesta, al Santa Maria della Pietà, alla Fabbrica dei Sogni di Torre Spaccata per citarne solo alcuni.

Il modello è lo stesso che la campagna propone di estendere alla gestione degli altri spazi pubblici in disuso: veri e propri consorzi di cittadinanza che nei vari municipi si incarichino di disegnare modelli alternativi di gestione del patrimonio immobiliare, capaci di erogare servizi e creare nuovo welfare, costruendo assieme occasioni di reddito, spazi di condivisione, partecipazione e socialità.

La questione non è solo romana. Percorsi di riappropriazione di spazi in disuso da parte della cittadinanza più o meno organizzata sono ormai diffusi in tutto il paese, da nord a sud alle isole. Un esempio emblematico è quello di Pisa, dove decine di associazioni cittadine hanno occupato più di un anno e mezzo fa lo stabilimento di un ex colorificio, abbandonato da 20 anni, mettendo su un polo culturale e di servizi che ha coagulato attorno a sé un ampissimo consenso popolare. Ampio ma non sufficiente a evitare lo sgombero dell’edificio, avvenuto nell’ottobre scorso, cui è seguita l’occupazione di un distretto militare abbandonato, il distretto 42, oggi nuovamente sotto sgombero.

Una delegazione dell’esperienza pisana, assieme alle realtà che promuovono la campagna Patrimonio Comune si sono ritrovati sotto alla direzione generale dell’Agenzia del Demanio per un presidio di denuncia del ruolo che questo ente ormai riveste: la cessione a privati di beni collettivi. Un processo reso ancor più rapace dalle politiche di austerity e dal patto di stabilità che ha fatto carta straccia della sovranità nazionale prima e dell’autonomia gestionale degli enti locali poi.

Il tema, peraltro, è di stringente attualità politica. Proprio in questi giorni era in discussione alla Camera, per l’iter di conversione in legge, il decreto Enti Locali, già approvato mercoledì scorso dall’aula del Senato e il cui termine di conversione scadeva il prossimo venerdì, 28 febbraio. Il decreto, che ricalcava con qualche aggiustamento i contenuti del Salva Roma, tramontato tra Natale e Capodanno, è stato nuovamente ritirato in zona Cesarini, forse per evitarne la decadenza resa probabile dall’ostruzionismo dei Cinque Stelle, forse per evitare al nuovissimo esecutivo di esordire con un voto di fiducia. Tutto da rifare dunque, ma è chiaro che a Roma si sta giocando una partita tutt’altro che cittadina. Resta da sottolineare, come dato politico, che le diverse stesure del decreto contenevano tra le misure previste per il rientro dal buco di bilancio del Campidoglio, accanto alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (che nell’ultima versione veniva non imposta ma caldeggiata, lasciandone discrezionalità all’amministrazione locale seppur preservando, o almeno così pare, il servizio idrico, già privatizzato per il 49%) anche la dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. 

Non è un caso, neppure qui, che la campagna in difesa del patrimonio abbandonato voglia saldarsi, nelle prossime settimane, ad altri due percorsi deliberativi dal basso, quello per la ripubblicizzazione del servizio idrico (cioè del ramo idrico dell’ex municipalizzata Acea), portata avanti dal CRAP – Comitato Romano Acqua Pubblica, e quella sulla scuola che, sulla scia del referendum di Bologna, intende evitare che l’istruzione privata venga finanziata a discapito di quella pubblica, ridotta al collasso.

Un modo per ragionare assieme di una idea complessiva della città, molto distante dal modello attuale improntato ad una visione sempre più privatistica ed atomizzata delle relazioni sociali ed economiche, rafforzato dagli anni dell’amministrazione Alemanno e di certo non stravolto nella sostanza in questi primi, tiepidi mesi di giunta Marino.

Tratto da Huffing Post