Quando la violenza è strutturale, tutti i giorni diventano il #25N

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Riflessioni sulla giornata di ieri e sulla violenza delle polizia contro la manifestazione romana che contestava la presenza di Vladimir Putin.

La giornata di ieri è stata animata da decine di iniziative che, in diverso modo, hanno portato al centro del dibattito il tema della violenza contro le donne: piazze gremite di scarpe rosse, flash mob, concerti. Perfino il Campidoglio si è illuminato di rosso per tutta la sera (a dispetto delle esigenze dettate dalla spending review per le quali interi quartieri della capitale restano al buio nelle ore notturne).

Il 25 novembre le istituzioni ci ricordano che il tema della violenza contro le donne è di fondamentale importanza ed è a loro estremamente caro. Si è dunque pensato di celebrare la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne invitando in Italia uno dei più illuminanti personaggi politici del Mondo, specialmente sul versante della tutela dei diritti delle donne: Vladimir Putin.

Mentre le 20 automobili del Corpo Diplomatico russo si apprestano a scortare il Presidente dall’albergo in cui risiede nei pressi di piazza della Repubblica all’incontro con Napolitano al Quirinale, un folto gruppo di donne e uomini ha organizzato una spumeggiante “festa di accoglienza” lungo la strada.

L’intenzione è quella di comunicare al soggetto in questione di essere un ospite decisamente indesiderato, in particolar modo il 25 novembre. L’intenzione è quella di manifestare tutta la nostra solidarietà nei confronti delle attiviste del collettivo Pussy Riot, alcune delle quali ancora in stato di arresto per aver manifestato contro le politiche omofobe e misogine di cui Putin è il principale responsabile. L’intenzione è quella di denunciare tutta la miseria e l’ipocrisia della legge sul femminicidio, una vero e proprio pacchetto sicurezza che pretende di rispondere alla violenza sulle donne attraverso la repressione penale e strumentalizzando il corpo delle donne. Sono bastati pochi minuti per capire che questo “comitato di benvenuto” non era gradito alle forze dell’ordine; le stesse che, secondo la legge di cui sopra, dovrebbero tutelare le donne e i loro diritti di fronte alle minacce e alle azioni di violenza.

Possiamo dire che c’eravamo ed eravamo in molt*, che la verità l’abbiamo osservata e subita, che essa viene limpidamente chiarita dalle foto scattate da Yara Nardi. All’autodeterminazione delle donne si oppone la violenza della polizia e quindi giù a schiaffoni e gomitate per spingerci verso il marciapiede, perché è lì che dobbiamo stare. E per festeggiare con noi la giornata contro la violenza sulle donne hanno ben pensato di urlare: “oggi vi pestiamo!”, “io non meno nessuno, manco mia moglie che se lo meriterebbe”, “ma tu fotografi solo quando noi spingiamo?”. E infine l’immancabile: “reparto, carichiamo!” perché il classico paternalismo all’italiana –che dipinge le donne come soggetti deboli da tutelare perché facili da spaventare– si esprime nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle sedi istituzionali.

Ciò che è accaduto ieri sera fa emergere con forza il fatto che, in Italia, il problema della violenza contro le donne non è certo di natura emergenziale. È una questione strutturale che determina gli stili e i vincoli di relazione che caratterizzano la società e che si manifesta in modalità e in contesti diversi con la stessa drammaticità: i fatti di ieri sera ne sono l’esempio lampante.

Ma la manifestazione del #25N e il trattamento che ci ha riservato la polizia chiariscono anche che in questo paese sta diventando giorno dopo giorno impossibile manifestare, esprimere il dissenso, aprire uno striscione, agitare dei cartelli.

 

La violenza sta nell’impossibilità, per le donne che la subiscono all’interno delle loro relazioni, affettive, lavorative, famigliari, di abbandonare il tetto coniugale e di trovare luoghi che possano accoglierle. La violenza sta nei ripetuti attacchi alla 194 (legge sull’aborto), che minano la libertà di scelta. La violenza sta nella totale assenza di politiche di welfare adeguate alla durezza dei tempi. La violenza sta nel divieto di manifestare in qualsiasi forma.

Ecco perché, di fronte a tutto ciò, la legge proposta e approvata da questo governo è, a dir poco, un insulto. Ecco perché per noi tutti i giorni è il 25 novembre.

La nostra sicurezza –l’unica sicurezza possibile– sta nell’autodeterminazione e nella garanzia di welfare e diritti.

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