A più voci. L’esperienza di Lucha y Siesta.

A cura di Milva Pistoni

E’ difficile fermarsi e riflettere collettivamente, tracciare una linea e ragionare in termini di bilancio. Ce lo impedisce la vita quotidiana che è sempre ricca di emergenze personali e necessità politiche, ma ce lo impedisce soprattutto una suggestione, l’idea che qualcosa non stia andando esattamente per il verso giusto… e forse un po’ è per questo che inseguiamo le emergenze, per non pensarci… ma a conti fatti non possiamo fare a meno di pensarci.

Ci siamo fermate, e abbiamo iniziato -per ora tra noi, poche ed assidue- un confronto che sta diventando un pensiero a più voci, a partire dalla nostra esperienza, sulle nostre modalità di conflitto – tra la coerenza radicale e la capacità di mediazione – con le istituzioni.

Dove le istituzioni sono quelle reali con cui ci dobbiamo necessariamente confrontare per sopravvivere; sono quelle che immaginiamo, che riconosciamo e di cui ci chiediamo “come dovrebbero essere per essere utili?”, e infine sono quelle che andiamo costruendo a partire dalla nostra radicalità, ricche di una simbologia che vorremmo fosse riconoscibile e riconosciuta.

Ma iniziamo dalle domande -dalle serie di domande che ci siamo poste perché con i nostri dubbi abbiamo cercato, e stiamo ancora cercando, delle aperture, delle possibilità che non abbiamo ancora esplorato fino in fondo-.

La radicalità messa in pratica con la liberazione dello stabile (da cui è nata la Casa delle donne autogestita Lucha y Siesta) si è tradotta oppure no in un cambiamento visibile e di rilievo nei luoghi della politica e nelle istituzioni pubbliche cittadine?

Quale tra i cambiamenti che ci aspettavamo non è avvenuto e quali cose inaspettate sono avvenute in questi cinque anni?

Ci sono due punti di vista a partire dai quali ci interroghiamo sulle nostre attuali posizioni, cercando di focalizzarci su come, quanto e in quale direzione ci siamo trasformate rispetto al nostro rapporto con le istituzioni.  Il primo riguarda senza dubbio il rapporto/ruolo che Lucha y Siesta ha assunto nel tempo nei riguardi delle istituzioni con cui interagisce, e con cui confligge;  il secondo, che segue cronologicamente, ha a che fare con il fatto che la Casa nel tempo ha assunto anche un ruolo di servizio per le donne del territorio e quindi a sua volta è diventata una sorta di istituzione.

E allora, quali trasformazioni ha generato in noi il processo che dall’idea originaria di liberare uno spazio da dedicare esclusivamente alle donne ci ha portato ad agire direttamente un conflitto con le istituzioni e a istituire un servizio che non c’era e di cui abbiamo dapprima avvertito la necessità e poi compreso la complessità?

Che tipo di mediazione (soprattutto con noi stesse) dobbiamo fare quando qualcuna si rivolge a noi vedendoci come un’istituzione?

La sensazione, non piacevole, è che le istituzioni con cui abbiamo avuto a che fare in questi anni ci abbiano in qualche modo sussunto, o meglio hanno sicuramente assunto le nostre parole chiave ma le hanno anche trasformate profondamente privandole di senso, impoverendo la complessità di ciò che volevamo affermare con la pratica.

L’idea originaria di liberare uno spazio da dedicare esclusivamente alle donne -cosa che ci ha portato ad agire direttamente un conflitto, non a rappresentarlo e basta- partiva dall’affermare un diritto all’abitare, che di per sé è qualcosa di molto più complesso del rivendicare il diritto ad avere un tetto sopra la testa, e che nel nostro caso ha rivelato da subito la centralità dei diritti rivendicati dalle donne che sono, senza dubbio, diritti sociali.

Ma di questa centralità è difficile cogliere tracce nella politica e nelle istituzioni perché  anche quando parlano di “questioni di genere” non riescono ad uscire da una logica  assistenzialistica rivolta a un settore marginale della società di cui non riconoscono le istanze; per questa ragione, ad esempio, le donne che si ribellano e cercano di sfuggire alla violenza domestica – o anche alla più generale e sfaccettata esclusione sociale – sono un problema da risolvere e non vengono mai viste come portatrici di una soluzione.

La nostra storia politica di movimento, che è precedente rispetto alla scelta di dare corpo alla nostra visione di che cosa significa “sicurezza” per le donne,  era già inscritta in un percorso in cui si cerca di incidere sulla realtà – spostare le cose con dei fatti compiuti di cui ci si assume collettivamente la responsabilità – piuttosto che creare dei moti di opinione, e da questo punto di vista in realtà, a dire il vero, qualcosa di nuovo siamo riuscite a metterlo sul piatto della bilancia.

Qualche risultato pratico -qualche passo in avanti rispetto alle consuete strade istituzionali – lo abbiamo messo a segno. Le donne di Lucha y Siesta hanno ottenuto la residenza, cioè la possibilità di avere, oltre a una casa in cui vivere, seppur temporaneamente, anche un certificato di residenza, necessario per avere il permesso di soggiorno, se migranti, per accedere alle borse lavoro, per avere l’assistenza medica e sociale… e non era scontato ottenere tutto ciò.

Inoltre lo sportello per donne in difficoltà che a titolo volontario riusciamo a portare avanti è di fatto entrato nel circuito dei centri antiviolenza e i nostri spazi riservati alle emergenze spesso vengono sono richiesti proprio da istituzioni che non hanno modo di far fronte in pochi giorni, a volte ore, a situazioni di pericolo in cui l’unica soluzione è l’allontanamento delle donne e dei bambini.

Ma della complessità delle istanze politiche che vogliamo far avanzare poi non resta traccia, e rischiamo di trovarci schiacciate in un orizzonte che in realtà non è il nostro, noi non siamo assistenti sociali di professione, non abbiamo stipendi,  sovvenzioni, fondi e finanziamenti….Non vogliamo sottrarci, se possiamo essere d’aiuto, a situazioni di emergenza ma non vogliamo nemmeno che un luogo di sperimentazione di forme di autogoverno venga soffocato dalle necessità/emergenze… senza che sia possibile cercare vie d’uscita ragionate e praticabili con le donne e non “sopra” le donne.

Non ci siamo sottratte alle emergenze sociali che nel contesto di totale precarietà, in cui noi stesse siamo immerse, subiscono la ferocia di un sistema che si basa sul profitto, non sulla condivisione. E ci siamo interrogate -ci stiamo interrogando- su come è possibile, quando tutte le risorse sembrano venir meno, trovare delle vie d’uscita, dei percorsi di autonomia.

Abbiamo solo qualche indizio (per ora): abitare in luoghi in cui sono previsti degli spazi da gestire in comune -nel nostro caso la cucina e i servizi igienici – è di aiuto anche se non sembra, può creare dei conflitti iniziali ma poi genera sempre delle soluzioni condivise, e trovare delle  soluzioni collettive, attraverso la mediazione, a problemi che devono essere risolti socialmente è già un percorso di autonomia, di autostima, di rispetto reciproco.

Ci siamo trasformate, anche in forza di alcuni aspetti correlati alla nostra decisione di interagire con le istituzioni, in un servizio, in un’istituzione. Ma siamo un’istituzione che nasce dalla gestione di un bene comune.

Due aspetti, correlati e sostanziali, ci differenziano dalle istituzioni con cui a volte confliggiamo. Il primo riguarda il fatto che per noi il processo decisionale ha una forma circolare, non piramidale.

La vita in un luogo che prevede la gestione di spazi comuni ha necessariamente bisogno di regole. Le regole in vigore a Lucha cambiano seguendo le decisioni dei gruppi di donne che si trovano a convivere, tenendo salda l’impostazione di senso della casa. Dai conflitti, che inevitabilmente si generano, nascono sempre delle richieste di cambiamento che vengono accolte, discusse e formalizzate in regolamenti (ne sono stati formulati ben tre in cinque anni). Il secondo aspetto, semplice a dirsi ma difficile da mettere in atto ed assumere fino in fondo -sia per le donne che vivono a Lucha sia per quelle che la frequentano a vario titolo-  ha a che fare con l’aspetto positivo della precarietà. Lo spazio è comune, lo usiamo ma non è nostro, nel senso della proprietà privata. Lo usiamo perché ci serve, lo facciamo nostro perché lo viviamo, lo trasformiamo e ci trasforma ma non è nostro. Lo miglioriamo, cerchiamo di apportare delle modifiche positive, aggiungiamo non sottraiamo perché servirà ad altre donne, è una risorsa che non sfruttiamo ma accresciamo, che rinnoviamo, che resiste perché si rinnova.

Nel corso degli anni Lucha è diventata un luogo in cui le donne del collettivo che ruotano intorno alla casa pur vivendo in condizioni di precarietà abitativa e lavorativa sempre meno coincidono con le donne che la abitano.  Anche questo aspetto è fonte di riflessione.

Le parole che ci interrogano su questo punto sono: obiettivi comuni, bisogni, desideri.

Queste tre parole sono anche il filo che ci unisce e che stiamo cercando di seguire tenendo presente la condizione di bisogno materiale in cui si trovano le donne che arrivano allo sportello – condizione che implica aspetti emotivi che non dobbiamo mai sottovalutare – ma soprattutto tenendo presente che forse è più difficile circoscrivere, ed esprimere compiutamente, tutte le sfaccettature del tipo di bisogni delle donne di Lucha che non vivono nella casa.

Dov’è il punto di contatto, se c’è, tra questi tipi di bisogni?

Quali sono i livelli di consapevolezza che ci rendono diverse e con diversi desideri e su quali obiettivi comuni è possibile fare forza insieme?

In quale misura la diseguaglianza sociale è una questione di risorse economiche e/o culturali, di istruzione ed educazione, di capacità personali, di volontà e di intelligenza?

In che modo la diversità (consapevole) aiuta a colmare le diseguaglianze?

Queste sono le domande che guideranno il nostro prossimo incontro di riflessione collettiva e a cui per ora sarebbe prematuro per noi dare una risposta corale.

Ma torniamo al punto d’inizio, all’idea che alle istituzioni così come le conosciamo, e rispetto alle quali non ci sembra di aver innescato trasformazioni rilevanti,  manca una visione d’insieme delle condizioni sociali reali e soprattutto manca un vero progetto politico che parta dalle donne, e spesso  parole come “ processi partecipativi”  “pari opportunità” “percorsi di inclusione” sono totalmente vuote di contenuti esperienzali, e a volte anche di senso.

A questo si unisce il fatto, manifestatosi anche nell’occasione dell’ultima tornata elettorale che si è da poco conclusa, che noi, come tutte le donne che si esprimono anche nella politica mista, probabilmente non abbiamo inciso abbastanza non solo nelle istituzioni ma neanche nelle politiche di movimento.

Il tema dell’autodeterminazione, connesso al tema del controllo sul proprio corpo -non solo nel senso della sessualità e della maternità –  è un punto che dovrebbe interrogare tutti. Non si tratta di questioni di nicchia femminista, si tratta di questioni sociali dirimenti, si tratta di politica e di economia. Si tratta di divisione sessuale del lavoro, si tratta della creazione delle razze, che serve a perpetuare lo sfruttamento e a incanalare sul semplice binario del razzismo la guerra tra i poveri, si tratta della farsa del modello sviluppista che distrugge gli ecosistemi e crea povertà e dipendenza, cioè disperazione. Si tratta del fatto che nel mondo globalizzato viaggiano solo le merci e le persone viaggiano – e non liberamente – solo in quanto merci, con la tratta, la prostituzione e in clandestinità.

Le persone portatrici di corpo sentimenti affetti sogni pensieri solidali e volontà infatti non possono viaggiare liberamente.

Vogliamo, e possiamo, fare meglio. Ma dov’è esattamente il punto in cui deragliamo e non riusciamo a mostrare, a far emergere compiutamente, la centralità della nostra visione politica? Per quale motivo siamo sempre la forza trainante dei movimenti e poi ci dissolviamo in mille rivoli ancillari?

A noi sembra importante continuare a lavorare tenendo presente l’importanza delle reti – sia di senso che di scopo. Ci sembra necessario tenere insieme il movimento di opinione e la trasformazione reale fatta di pratiche, faticose e a volte rischiose,  ma necessarie per generare delle trasformazioni. La riflessione tuttavia resta aperta e pronta ad accogliere suggerimenti e tracce nuove da esplorare.

Pubblicato in:

DWF Gli spazi dell’agire politico. Tra radicalità, esperienza e conflitto, 2013, 1 (97)

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