Il diritto all’abitare tra realtà ed utopia

di Josette Lavecchia

La vita di ogni essere umano può essere sconvolta all’improvviso da eventi così inaspettati, quanto crudeli nella loro genesi e sviluppo.

Tra questi quello di trovarsi, dall’oggi al domani per strada senza più un tetto e, quindi, un fondamentale punto di riferimento, è il più atroce.

Qualcun altro ha deciso che non sei degna di vivere in quella dimora e che la giusta punizione è il tuo allontanamento immediato.

Non c’è preavviso, non c’è nulla, esiste solo una via d’uscita: la strada.

E così, ciò che dovrebbe essere un diritto essenziale e primario per chiunque, diviene un miraggio, una lotta, una conquista,

Non è più qualcosa di acquisito e naturale, ma una negazione che tramuta l’individuo in un non essere.

L’atrocità di tale crimine, come è legittimo definirlo, è tanto più deprecabile ed aberrante, quando ha per vittime donne che non hanno reddito e che fino ad allora hanno vissuto soggiogate alla tirannia economica e psicologica di un familiare, che sovverte ogni legame biologico con una naturalezza che fa venire i brividi e le respinge.

La casa delle donne Lucha y siesta la incontri così: si materializza in tutto questo dolore e ti accoglie, ti ascolta, ti dà quel sostegno che non avevi mai conosciuto nella propria famiglia e riesci a sentire un calore insolito per te, ma che scalda più del sole.

Nella sua struttura romana in via Lucio Sestio 10, immersa in un verdeggiante ampio giardino, storie di donne diverse, ma in fondo uguali, si intersecano tra loro accomunate dalle ingiustizie subite, dal dolore, dalle umiliazioni.

Donne con uno spirito di solidarietà che ti commuove e che, a ben pensarci, ti fa sentire fortunata e grata per averle incontrate sul tuo triste cammino.

Grazie a loro comprendi che ogni vita, per quanto sofferta sia, è degna di essere vissuta, anche se sei sola al mondo, anche se all’improvviso sei etichettata quale persona senza fissa dimora e la tua semplice esistenza diventa un cumulo di macerie difficile da riassemblare.

La politica tutta e le pubbliche istituzioni, hanno il dovere di fermarsi a pensare e favorire ed incentivare la creazione e la permanenza nel tempo di simili strutture, che senza spreco di parole, ma con fatti concludenti, competenza e la buona volontà di tutte le operatrici, costituiscono un aiuto concreto e reale ai bisogni della parte più debole della collettività ed un valido esempio di come dovrebbe essere un ottimo Welfare State.

E’ tempo che si impari a non disinteressarsi a quanto di positivo nasce e si sviluppa a sostegno della donna, che ancora oggi fatica a vivere ed a trovare una dimensione di realizzazione e di appagamento morale e materiale, in una società che continua a storcerle il naso ed a dubitare della sua forza e capacità psico – fisica.

Un mondo bigotto ed ultra maschilista che la relega ad un ruolo subalterno e ne deprime la sua sempre vivida e variegata personalità.