Il femminicidio si può fermare

di Lea Melandri

“Ma come si fa a uccidere una ragazza per un litigio?”, si è chiesto il padre di Vanessa Scialfa, la giovane di Enna vittima del fidanzato con cui era andata a convivere da pochi mesi. E’ la domanda che nasce spontanea e che segnala l’incredulità di fronte al ripetersi quasi quotidiano di una violenza che inspiegabilmente esplode all’interno dei legami più intimi. Ma è proprio vero che le ragioni del perverso annodamento tra odio e amore, rabbia e tenerezza, presente da sempre nei legami di coppia e nelle relazioni famigliari, anche se solo ora si comincia a discuterne, sono così misteriose, così insondabili?

“Noi uomini -ha scritto Adriano Sofri (La Repubblica, 27.03.2012) parlando del ‘nemico in casa ’- se appena siamo capaci di ricordarci del modo in cui siamo stati iniziati, e non ci dichiariamo esonerati, sappiamo che cosa è la voglia frustrata o vendicativa o compiaciuta di malmenare o vessare”.

Se la pulsione aggressiva è così diffusa, tanto da poterla riportare al “millenario addestramento” dell’uomo a considerare la donna un suo naturale possesso, se ne deduce che il passaggio all’azione dipende solo dal grado diverso di intensità e di controllo del singolo. Ciò significa che, se scartiamo l’ipotesi di una connaturata malvagità del sesso maschile, possiamo pensare, più ragionevolmente, che un cambiamento -nel senso di relazioni più umane tra uomini e donne- venga dalla cultura, dall’educazione, dalle leggi, da una conoscenza di sé e dell’altro più consapevole della barbarie che ci portiamo dentro, nostro malgrado. Il femminicidio si può fermare.

Purtroppo però neppure questa sembra, al presente, una strada facile da percorrere, come sa chi ha tentato di cominciare dalla prima infanzia a rimuovere pregiudizi atavici, “differenze” di identità e di ruoli, precocemente interiorizzati, che costringono i maschi e le femmine a contrapporsi in modo astratto e deformante: da una parte la forza, la padronanza del mondo, dall’altra la docilità e la dedizione alla famiglia. Un ostacolo viene dai bambini stessi, accomunati da stereotipi che portano i segni della cultura maschile dominante, ma fatta propria da entrambi i sessi.

Nella sua video inchiesta, Il cielo è sempre più blu, Alessandra Ghimenti osserva:

“Tutti i bambini percepiscono la differenza, ma non tutti riescono a spiegarla. I più piccoli si limitano a riferire ciò che vedono: differenze nel taglio dei capelli, nell’abbigliamento. I più grandi invece, ricalcano gli stereotipi: alle femmine è riservata la bellezza, la dolcezza, la docilità, l’obbedienza a scuola; ai maschi la forza, l’aggressività, l’insubordinazione alle maestre, la violenza, la velocità. Sia maschi che femmine sono abbastanza concordi nell’affermare che la femmina si occuperà dei figli, il marito lavorerà.”

Non c’è niente di più diseducativo per le donne -ma indirettamente anche per gli uomini, che sono i loro figli- che rivestire il ruolo ambiguo, contraddittorio, di un genere umano che conta meno dell’altro, marginale nella sera pubblica e sottomesso in quella privata, e che al medesimo tempo viene ritenuto responsabile della sua crescita, della sua felicità, della sua riuscita sociale.

Le esperienze innovative fatte in alcune scuole primarie in Italia, e persino nella liberale Svezia, per promuovere relazioni tra i sessi meno condizionate dalle identità di genere, e dalle logiche di potere che vi sono connesse, dimostrano che siamo ancora lontani da quello che è stato il fattore primo e più duraturo del disagio della civiltà.

Dalla direttrice della scuola elementare di Castelfiorentino, che ha deciso di far indossare a tutti gli alunni indistintamente un grembiulino blu, alla responsabile dell’asilo Egalia, in un distretto vicino a Stoccolma, che ha voluto creare un “territorio neutrale”, dove ognuno potesse sviluppare le proprie potenzialità, sperimentando tutta la gamma delle appartenenze, le obiezioni di cittadini e genitori sono le stesse: la distinzione tra i generi è così atavica che le differenze si possono solo riconoscere e valorizzare “in modo equo”. Resta l’interrogativo di come si possa pensare di acquisire diritti e pari opportunità senza mettere in discussione le differenze che sono state finora alla base dell’ineguaglianza tra i sessi. A meno che “parità” non significhi l’assimilazione al modello maschile assunto come misura neutra, immodificabile dell’umano.

Per restare in ambito educativo, è interessante notare come, anche a livelli più alti di istruzione, i condizionamenti e le discriminazioni tradizionali tornino a far sentire il loro peso proprio là dove più esplicita è l’intenzione di sradicarli.

A proposito del Laboratorio sulla violenza di genere, che oggi fa parte del corso di laurea della Facoltà di Scienze della Formazione di Roma Tre, Claudio Tognato, docente e promotore dell’iniziativa, ha potuto constare, nei sette anni che sono trascorsi, un grande interesse e partecipazione, con un unico motivo di perplessità: a frequentare sono state quasi esclusivamente studentesse, orientate a diventare tirocinanti all’interno dei Centri Antiviolenza.

“Il laboratorio, indirizzato a future assistenti sociali ed educatrici, vuole creare uno spazio di riflessione su queste tematiche, che possa levare il problema della violenza maschile dal contesto privato, dal terreno della malattia o da quello del disagio mentale per riproporlo come problema sociale e culturale.”

La mano che colpisce è maschile, ma gli uomini ancora esitano a farsene carico, o semplicemente a prenderne coscienza.

Non c’è dubbio che, da alcuni anni a questa parte, le iniziative volte a prevenire la violenza contro le donne si sono moltiplicate, riuscendo, nel migliore dei casi, a coinvolgere le istituzioni. Esemplare, in questo senso, è stato il progetto Sentimenti differenti. Relazione tra i sessi ed etica dei sentimenti –la violenza alle donne e l’educazione ai sentimenti, che ha avuto come protagonisti Simona Marino e Giuseppe Ferraro, docenti presso l’Università Federico II di Napoli e alcune scuole della loro città, di vario ordine e grado.

“In breve, un’etica ei sentimenti per costruire una nuova alleanza tra uomini e donne che inauguri una relazione di vicinanza, dove il desiderio non sia possesso e assimilazione ma meraviglia e cura, e per ripensare insieme in un confronto tra gruppi di sesso differente temi come il corpo, la percezione del corpo proprio e dell’altro/a, l’amore di sé e dell’altra/o, l’amicizia, la paura, la dipendenza e il bisogno, la gelosia, il desiderio e il possesso, il rispetto e la cura, l’amore.”

C’è da sperare che sia, come spesso accade, l’iniziativa che parte dal basso, con passione pionieristica e tanta paziente dedizione, ad aprire finalmente un cerchio virtuoso in uno dei lasciti più tragici del nostro passato.

tratto da 27esimaora.corriere.it