Caro Alemanno: Lucha y Siesta è già un bene comune!

di Anna Simone e Federica Giardini

Tre settimane fa abbiamo scoperto che lo stabile sulla Tuscolana – presso cui ha sede Lucha y Siesta, dove vivono diverse donne immigrate, dove si ridisegna quotidianamente uno spazio di socialità, di bellezza e di risposta a esigenze materiali, vissuto e partecipato da donne, ma di cui beneficia tutto il quartiere – è stato messo in vendita.

Lo stabile occupato dalle donne di Action l’8 marzo del 2008, appartenendo al patrimonio dell’azienda municipalizzata Atac, è stato messo in vendita grazie a una delibera del Comune di Roma. Un gesto inaccettabile, tanto più che Alemanno, già sanzionato per la mancanza di donne nella giunta, recita come un mantra la necessità di “femminilizzare” la città.

Cosa non si vuole vedere, oltre il teatro delle quote? Come può un sindaco – che pubblica un assurdo vademecum sulla “sicurezza delle donne”, dal sapore retrò e profondamente paternalista – dismettere un luogo vivo e vissuto da donne che offrono un servizio al quartiere tuscolano? Come si può mistificare la realtà con tanta retorica?

L’8 marzo del 2008, l’occupazione di Lucha ha ridisegnato un intero paesaggio politico.

In uno scenario istituzionale in cui il rapporto tra donne e politica si situa sul solo piano della celebrazione e della tutela, in perfetto stile “vittimario”, Lucha rappresenta un luogo dove energie di donne e invenzioni di pratiche relazionali costituiscono già un processo di autovalorizzazione e di cura, non solo per sé, ma per l’intero quartiere. Un’iniziativa che rovescia in positivo i meccanismi della “governance” e dell’empowerment di genere, l’ultima invenzione del neoliberismo che, come è noto, produce soggettività al solo scopo di assoggettarle.

In questi anni Lucha, che ha permesso di avere una casa comune a molte donne immigrate, ha dato inizio a un processo basato su una differenza attiva, produttiva, che genera welfare, relazioni, cura. Questa occupazione, le occupazioni, infatti, se lette nel contesto di guerra tra poveri generata dai potenti della terra, non sono un atto di prepotenza ma un atto necessario per non soccombere alla sperequazione e a un capitalismo simili alla forma di vita di un piraña. Il lavoro fatto in Lucha e fuori Lucha contrasta il meccanismo omicida e guerrafondaio della crisi, un contrasto non fine a se stesso ma generativo di welfare, di risposte ai bisogni primari, di relazione tra esperienze femminili di provenienza diversa. Un’occupazione è essa stessa cura, un gesto indispensabile che, attraverso il processo di riappropriazione, restituisce un’idea di umanità diversa.

Sono anni che in questa città e in questo paese viviamo la cittadinanza solo come esercizio di consumo, come passività da “telespettatore” o, peggio ancora, come identità posticcia, ai limiti della retorica razzista del tricolore. Anni in cui la dismissione del welfare ci ha messe tutte/i sullo stesso piano, tutte/i migranti in cerca di cittadinanza. La relazione che produce valore tra donne immigrate e donne “italiane” a Lucha ci accomuna. Di cittadinanza sensata, di desiderio di vita, hanno bisogno non sono solo le donne immigrate, ma tutte/i “noi”.

Di più. Se uno spazio è di proprietà di un comune e il comune siamo noi, Lucha rappresenta pienamente quell’idea secondo cui un bene comune è innanzitutto un luogo dove si ridisegnano bisogni fondamentali e cittadinanza secondo una geografia autonoma. Mentre tutto il mondo affannosamente si prostra alla freddezza matematica degli indici spread, in un quartiere di Roma esiste una “stanza tutta per sé” che unisce cura, lavoro e reddito prodotto da sé, esiste già un processo di valorizzazione del “debito relazionale”, quel plusvalore dato dall’amicizia, dal sentirsi chiamati in causa rispetto ai prossimi e alle prossime, indipendentemente dal governo freddo dei tecnici e delle banche. Non siamo in debito con lo Stato o con le banche, ma solo con le relazioni attraverso cui costruiamo ogni giorno pezzi di un posto più grande dove vorremmo vivere.

Caro Alemanno, Lucha y Siesta e le tante donne che sostengono questa politica, che dà risposte essenziali a bisogni altrettanto essenziali, non devono restituirti proprio niente. Sei tu, semmai, e tutte le donne del tuo consiglio, a doverci restituire la passione di occuparsi di ciò che è nostro. Lucha y Siesta è già un bene comune, municipalizzato, all’avanguardia.