Le donne di Lucha y Siesta

di Donatella D’Acapito

Lunedì scorso si erano incatenate sotto la scalinata di Palazzo Senatorio, proprio mentre il neo assessore alla Casa e al Patrimonio, l’architetto Lucia Funari, veniva presentata nella Sala delle Bandiere ed Ester Mieli diventava portavoce del Sindaco. Donne con destini diversi, ma sempre donne. Da una parte chi si batte per vedersi garantiti i diritti fondamentali, come quello alla casa e al lavoro; dall’altra, chi quell’appello dovrebbe coglierlo, ma che i tempi della politica hanno voluto altrove.

Le donne della casa di Lucha y Siesta vivono fra la visibilità e l’invisibilità: il Campidoglio sa bene che esistono, ma sa anche che stanno in uno stabile occupato abusivamente. Sono lì dall’8 marzo del 2008, quando le volontarie del movimento Action–A, per supplire all’immobilismo dell’amministrazione, hanno deciso di fare dell’ex sottostazione elettrica di Lucio Sestio (zona Tuscolana) un centro di accoglienza nel quartiere.
Si può contestare l’occupazione abusiva, ma i centri antiviolenza o d’accoglienza per le donne sono talmente pochi per una città come Roma che il Campidoglio ha deciso fino ad oggi di soprassedere.
Dunque l’amministrazione tollera ma non interviene per definire la situazione e,adesso, le cose rischiano di precipitare. Sì, perché lo stabile in questione è di proprietà dell’Atac e la società, la municipalizzata più indebitata d’Italia secondo l’Anci, ha deciso di ripianare il debito svendendo gli immobili ormai in disuso. A giugno dello scorso anno, l’assemblea capitolina ha approvato la delibera 39 con la quale si è dato il via all’operazione. La cosa strana, però, è che fra i 13 immobili indicati in delibera, quello di Lucio Sestio non c’era. Per metterlo in vendita, quindi, l’Atac ha dovuto pubblicare un bando di interesse ad hoc il 15 dicembre 2011, attraverso la società Leonardo & Co. SpA, succursale sita in via di San Basilio e appartenente al Gruppo Banca Leonardo, nato nell’ottobre del 1999. Per inserirlo nella lista dei primi quattro stabili da alienare, stimandolo circa 3,8mln di euro, è stata utilizzata la delibera 67 del 2 aprile 2008.
Altra cosa che non torna, è che nel 2004 era stata la stessa Atac a proporre l’ex sottostazione come sede di un asilo nido aziendale, immaginando per lo stabile una finalità sociale. Ma niente, lo stabile è rimasto abbandonato a se stesso.

Quando sono arrivate le volontarie di Action -A, si sono trovate un gioiello degli Anni Venti ridotto in pessime condizioni. E se davvero l’Atac ha intenzione di valorizzare l’immobile, e non di svenderlo, allora si può dire che l’obiettivo è stato già raggiunto grazie alla tenacia e alla determinazione di queste donne.
Non è stato facile, all’inizio: bisognava superare la diffidenza dei vicini e della gente del quartiere. Ma loro ci sono riuscite e hanno restituito questo spazio ai cittadini e al territorio. Adesso, sono gli stessi servizi sociali municipali ad indicare nella Casa delle Donne di Lucha y Siesta il punto di accoglienza per chi è in difficoltà: qui, due volte alla settimana, c’è uno sportello per raccogliere le richieste d’aiuto che vanno dalla violenza subita, alla casa che manca, al lavoro che non c’è.
Il Comune sa che la Casa è un punto di riferimento forte e sa anche che, grazie al lavoro che lì si svolge, le casse capitoline hanno potuto risparmiare un bel po’ di soldi. Ecco un esempio. Nel giugno del 2010, il Comune emana il bando numero 2561 con cui si mettono sul piatto 223.745 euro per finanziare per un anno una struttura che accolga 20 donne. Basta moltiplicare per quattro questa cifra per capire che quello che si fa nella Casa delle Donne ha fatto risparmiare all’amministrazione 894.980 euro.
Qualcuno si chiederà: visto che nel frattempo le volontarie si sono anche costituite in associazione, non potevano concorrere al bando? Impossibile. Primo, perché come sede dell’attività di accoglienza bisognava indicare uno stabile occupato; secondo, perché le ospiti non pagano le utenze e la morosità nei contratti è uno dei motivi d’esclusione. Su entrambi i punti, però, qualcosa da dire c’è. La prima: sebbene l’immobile risulti abusivamente occupato, quasi tutti gli ospiti della casa, minori compresi, hanno qui la residenza. Il codice civile, all’articolo 43, definisce la residenza come “luogo in cui la persona ha la dimora abituale”, ma nulla aggiunge sul come questa dimora sia stata ottenuta. Secondo, che le ospiti siano morose conviene soprattutto ai proprietari dell’immobile, perché qualora le bollette venissero pagate regolarmente, così come si era detta disposta a fare l’associazione delle donne, l’intestatario dell’utenza avrebbe maturato il diritto di stare in quel posto.
Stranezze burocratiche a parte, quello che le volontarie riescono a fare è straordinario. E lo è ancor di più considerando la frequente assenza delle istituzioni. l municipi fanno quel che possono: il X ha sempre sostenuto l’associazione e ha cercato di fornire strumenti di sostegno, come i bonus casa, le borse lavoro e i bonus per il materiale didattico. Certo, alcune questioni restano aperte. Ad esempio, le donne straniere rischiano d’essere doppiamente discriminate: discriminate dal loro stato di difficoltà e discriminate dal sospetto dei datori di lavoro. Così capita che donne molto qualificate nel loro Paese riescano a trovare come occupazione solo quella di badante.

Nel comprensorio di Lucha, comunque, un miracolo accade: qui le donne si riappropriano della dignità. Chi entra nella Case delle Donne, non trova un dormitorio: trova i colori della vita e dei Paesi d’origine degli ospiti. Trova i disegni dei bambini alle pareti delle stanze, i poster, le tende scelte con cura da madri che fanno di tutto perché i loro figli sentano questo luogo “casa”. Chi abita qui vive in una famiglia allargata, dove tutti si prendono cura l’uno dell’altra. Casa e giardino sono aperti al quartiere, con i corsi di lingue e quello di ginnastica posturale, il cineforum, il mercatino una volta al mese, la sartoria e il laboratorio del legno. Ora l’idea è quella di aprire una biblioteca ed una sala da tè. Da sottolineare anche la collaborazione tra le insegnanti delle diverse scuole, le stesse frequentate dai piccoli ospiti della Casa, e le mamme nell’organizzare feste nel giardino della struttura per favorire l’integrazione reciproca.
Una realtà, ormai, parte del quartiere. Ma cosa accadrebbe se l’immobile venisse acquistato da un privato? “Il Comune – spiegano quelli di Action-A – promette che, in quel caso, ci sarà un altro immobile a disposizione per accogliere le donne in difficoltà ma, in realtà, in quattro anni l’unica proposta di stabile alternativo è stata quella di una scuola, in VIII municipio, che era da ristrutturare e con l’amianto da togliere. Noi come Action – A non ci siamo mai sottratti al confronto con le istituzioni, ma da loro sono arrivate solo tante parole. Poi, quel che per noi è inconcepibile, è che un immobile pubblico – e dunque di tutti – venga dato ad un privato. Lo stabile deve rimanere a disposizione della collettività. La valorizzazione dell’immobile è stata compiuta dalle donne, il Campidoglio vuole solo fare cassa”. E ancora: “Il municipio X ci sta appoggiando come può e ha inserito la nostra attività nel piano sociale di zona. Ma spetta all’amministrazione comunale formalizzare il nostro impegno. Così per l’immobile: nessuno chiede al Sindaco o ad Atac di cederlo all’associazione, ma basterebbe che il comune lo acquisisse come patrimonio comunale e lo restituisse al territorio, dunque al municipio, mettendolo così a disposizione dei servizi sociali”.

Non chiedono niente le donne di Lucha. Chiedono solo di poter continuare a fare quello che fanno nel posto dove già lo fanno. Oltre ai famosi soldi del bando, l’associazione ha fatto il conto di quanto l’amministrazione abbia risparmiato grazie a questi quattro anni di lavoro. Avvalendosi delle cifre indicate in altri bandi, questi i dati: quattro anni di sportello di ascolto e accoglienza: 120.000, 00 euro per lo sportello di ascolto e accoglienza; 112.000,00 per lo sportello di orientamento al lavoro; 63.500,00 per i laboratori di artigianato; 76.000,00 per la consulenza legale; 72.000,00 euro per il supporto psicologico; 101.346,00 euro per la mediazione culturale; 80.000,00 euro per l’attività di informazione/sensibilizzazione alle problematiche di genere; 12.000,00 euro per i corsi di italiano, inglese ed arabo; 75.500,00 euro per gli eventi culturali; 22.000,00 per la manutenzione del giardino; 40.000,00 euro per lavori di manutenzione e ristrutturazione. Totale: 1.669.326,00 euro.
Non chiedono soldi, le donne di Lucha, ma sono pronte a difendere quello che nel tempo hanno realizzato. Il 3 marzo prossimo forse ci sarà un incontro con l’Assessore alla Casa ed il delegato per le pari opportunità. Stavolta le buone intenzioni non basteranno a fare da garanzia.

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