A che punto siamo con il femminismo?

di Anna Simone e Federica Giardini

06/02/2012

Ci ha fatto molto piacere il dibattito che ha suscitato il nostro articolo “Per un comune incarnato. Considerazioni attuali sul femminismo“, così come abbiamo colto con piacere l’articolo di Elena Monticelli che lo riprendeva mettendo a tema due nodi importanti del presente: da una parte, la questione della “leadership” nei movimenti, che spesso si struttura a partire da rapporti di forza che generano una scissione tra l’esserci, come presenza radicata nell’esperienza e rappresentazione di sé, come presenza che si gioca attraverso il ruolo; dall’altra, l’invito a non scindersi più, a non accettare una politica “neutra”, non “incarnata” nella quale le donne finiscono con l’accettare degli universali old school, sempre decisi da maschi.

Così – sollecitate da questo sito interessante, che prova a non scindere, per l’appunto, le questioni dell’economico dalle pratiche di socialità e di relazione, nell’orizzonte di un benessere che è al contempo collettivo e singolare – cerchiamo di rilanciare su argomenti che in questo momento ci premono molto.

Partiamo da tre grandi domande: 1) Le nuove generazioni di ragazze impegnate nei movimenti e nella politica en général, si percepiscono nel divenire di una genealogia femminista? 2) In che modo hanno rilanciato e riformulato l’esigenza di trovare le forme di libertà appropriate ai tempi che vivono?; 3) E dunque, come si è trasformato il femminismo?

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un diffondersi, specie nel mondo anglosassone, di un processo di “istituzionalizzazione” dei saperi femministi. Pertanto, quei saperi “altri”, prodotti dal “taglio” originario di Lonzi in Sputiamo su Hegel – che puntavano e puntano tutto sulla “relazione”, come elemento fondativo della trasformazione politica e sociale e come leva per la critica delle forme di organizzazione del potere, istituzionale e non – sembrano essere stati via via banalizzati (nella traduzione italiana) da un lessico che trasforma le donne stesse in un mero “oggetto” della conoscenza e delle relative politiche messe a punto per includerla. In altre parole, non sempre, sembrerebbe, di quel gesto originario è stato ripreso ciò che mirava a una libertà nel conflitto.

Oggi, piuttosto, si diffonde un lessico fatto di termini come: questione di genere, politiche di genere, studi di genere, stereotipi di genere, quote, politiche anti-discriminatorie, esperte di genere. Un lessico, quasi consumistico, che fa della soggettività femminile un’entità da valorizzare e includere o, al contrario, da vittimizzare e recuperare attraverso le nuove tecniche gestionali della governance politica e aziendale (si pensi al successo ottenuto dal cosiddetto Diversity Management). E’ un esito paradossale perchè azzera la complessità dei saperi femministi che hanno fatto la storia di questo paese, facendoci improvvisamente ripiombare nella logica della “questione” o, peggio, nell’algebra inclusiva delle quote.

I prodromi dei movimenti di liberazione femminile e femminista in questo paese sono senz’altro annoverabili tra le forme di organizzazione “suffragiste”, con le suffragette che si mobilitarono, dopo il fascismo, per il diritto di voto alle donne e per il loro pieno riconoscimento nella Costituzione promulgata nel ’48.

Successivamente, però, lo scenario è mutato di parecchio. Lo si può tratteggiare secondo quattro correnti: 1)L’emancipazionismo, nome per quelle politiche che hanno mirato e mirano all’eguaglianza tra i generi nell’accesso ai diritti e alla vita pubblica. Questo approccio non tiene però conto che diritti e vita pubblica sono prevalentemente basati su forme di organizzazione maschile (le politiche di pari opportunità ne sono la protesi politica più evidente, così come i lemmi sopra accennati e la politica delle quote); 2) Il pensiero della differenza che, ritenendo superata la stagione della subalternità femminile al maschile, con la relativa rivendicazione paritaria, riconosce nella valorizzazione delle qualità femminili un potenziale di libertà per tutti e tutte; 3) I movimenti per la liberazione della donna che hanno sempre posto al centro le questioni legate al corpo e alla sessualità, tradizionalmente relegati nella sfera del “privato”, oltre alla critica ai cosiddetti “stereotipi di genere”; 4) L’attuale diversity management, ovvero l’impostazione politica ed economica, di derivazione anglosassone, della differenza femminile che diventa, paradossalmente, “differenzialismo”, cioè una messa a valore identitaria da parte del capitalismo e del management contemporaneo. Una moda quasi voyeuristica.

Eccoci allora al presente. Che fare per praticare e realizzare un comune incarnato, sottraendoci alle logiche sia della diversity sia dell’emancipazionismo di ritorno, che non tengono conto della libertà femminile già conquistata?

L’idea di pensare nuovi universali nasce soprattutto dalla presa d’atto della necessità, del bisogno di risignificare questo presente. La crisi ha innescato una guerra tra poveri, in cui tutte e tutti siamo a rischio. Ritornare a pensare l’eguaglianza e la giustizia sociale oggi non significa, evidentemente, porsi su un piano anti-discriminatorio – se è questo che cerchiamo, una volta incluse, dentro quale sistema saremo finite? – o su un piano di rivendicazione di quote d’ingresso – il fallimento del neoliberismo è stato anche e soprattutto il fallimento di una politica astratta, che escludeva il corpo, i luoghi, gli effetti materiali sulla vita reale degli uomini e delle donne, nonché l’etica della relazione dal proprio orizzonte di senso. Ma non significa neppure affidarci ai vecchi universali rivoluzionari che hanno caratterizzato il piano del conflitto, tutto maschile, del Novecento.

Il suggerimento di Elena Monticelli, quel “non scindersi più”, allora, lo mettiamo dentro questo bisogno di immaginare insieme un nuovo pensiero-pratica, in comune, uomini e donne. Prima dovremmo, però, provare a decolonizzare il linguaggio, perché quando si usa il termine “genere” si è già dentro l’esito parcellizzante, sclerotizzato e paradossale del neoliberismo.

Un ultimo passaggio per continuare a pensare e immaginare: perché non sostituire il “debito relazionale” al “debito pubblico”? Sarebbe un rovesciamento positivo, più incarnato e concreto che non ci condanna a subire passivamente la logica dello Spread e delle banche. Anzi, finirebbe per non essere più nemmeno un debito, piuttosto sarebbe la presa in carico di ciò che è necessario per vivere e pensare. Forse così, anche alcuni tra gli uomini, arriverebbero a non pensarci più come una “questione”, ma come un’occasione, perché siamo già politica, siamo già relazione.

Tratto da LIB21

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