Ripartire da noi e non scindersi più. Riflessioni sulle questioni di genere e i movimenti

21/01/2012

di Elena Monticelli

 

Ho letto con interesse l’articolo pubblicato qualche giorno fa su Global Project di Anna Simone e Federica Giardini dal titolo Per un “comune” incarnato. Considerazioni attuali sul femminismo. Spesso, nelle giornate di maggior impegno all’università, mi sono domandata perché trovassi più naturale spiegare la connessione tra il movimento studentesco con quello degli operai di Pomigliano, rispetto ad una connessione con quello delle donne. Lo scorso, infatti, siamo riusciti a far comprendere fino in fondo perché, al di là di possibili nostalgie storiche, fosse fondamentale per noi studenti ricercare un orizzonte comune con i lavoratori metalmeccanici. Non riuscivo a comprendere, pertanto, perché fosse così difficile trasmettere la necessità politica di una condivisione delle battaglie delle donne, che andasse al di là di una semplice solidarietà o peggio ancora del politically correct (perché il machismo è di destra….falso!). Eppure l’essere donna è qualcosa che fa parte di me da sempre.

Per questo i temi che vengono affrontati nell’articolo di Anna Simone e Federica Giardini mi hanno stimolato alcune riflessioni che provo a sistemare con ordine. Premetto di non essere un’esperta o una studiosa di questioni di genere, sono una studentessa, ho partecipato attivamente al movimento universitario del 2010 e ho creduto insieme ai miei compagni e le mie compagne di associazione, nelle opportunità da cogliere dalla data del 13 febbraio, al di là delle polemiche che ne sono scaturite.  Provo, come c’insegna il femminismo, a partire da me per fare qualche considerazione sui temi sollevati.

Innanzitutto mi interessa un passaggio in cui si dice “la sensazione  che assai spesso il lavoro comune (tra uomini e donne nei movimenti) si produca a partire da una strana divisione del lavoro politico intellettuale”. Provo a fare qualche riflessione. In questi due anni, come mi capita spesso di ribadire, mi sono resa conto di quante donne siano impegnate all’interno dei movimenti e quante di loro riescano, seppur con grande fatica e spesso sacrifici di natura personali, ad essere dei punti di riferimento all’interno delle proprie comunità politiche. Nei percorsi di mobilitazione, anche in quelli più conflittuali, le donne sono state partecipi come gli uomini delle decisioni prese. E allora cosa avviene? Perché spesso come dicono giustamente le autrici dell’articolo “si ritrova spesso una quota di genere nelle azioni e nelle analisi”?

Secondo me, il problema, non di semplice analisi e soluzione, investe parallelamente i movimenti e le donne stesse. Da un lato c’è un ragionamento che riguarda la rappresentazione pubblica dei movimenti e gli stereotipi di genere. Si avverte spesso, soprattutto da parte di chi tende a raccontare e analizzare i movimenti, una necessità di definire in maniera articolata il ruolo e la personalità dei cosiddetti leader, di ricercarli anche quando il movimento stesso vorrebbe farne a meno, di identificarli in figure maschili che rispecchino specifiche caratteristiche. Tanto è vero che, nei casi in cui questa aspettativa verso un “leader maschile” non viene appagata, come quello di Camila Vallejo, sono gli stessi mass media a porre l’accento, con un’ossessione maniacale e maschilista sull’aspetto fisico della compagna, provando a creare una separazione tra lei e il movimento stesso, invece di soffermarsi maggiormente sul ruolo della FECH all’interno del movimento cileno.

Soprattutto partendo dalla considerazione che Camila Vallejo, al di là della sua capacità di leadership, essendo stata eletta con mandato annuale è una figura di sintesi, rappresentativa di diverse anime e di un lavoro capillare di un’organizzazione studentesca come la Fech, che prescinde da un leader destinato a perdurare nel tempo.

Ma gli stereotipi di genere tendono a perpetuarsi, anche a causa di pratiche politiche che vengono assunte come necessarie, da chi intraprende l’attività di militanza. A sinistra, come a destra gli stereotipi investono gli uomini, ma anche le donne e spesso è difficile scindere una pratica politica che assumiamo come necessaria, anche se escludente, da un adeguamento ad uno stereotipo che invece ci rassicura del fatto di non apparire deboli, agli occhi degli interlocutori con cui ci confrontiamo.

Perché in qualunque ambito, anche nell’impegno sociale, la prima cosa che impari è che quello che conta sono “i rapporti di forza”, per incidere ovunque, nelle battaglie quotidiane, nelle piazze, nelle assemblee, nei confronti pubblici con la contro-parte.  Soprattutto quando sei consapevole che la tua controparte il rapporto di forza lo vince in partenza: un governo che compra la fiducia e approva la Riforma sull’Università, anche se per mesi hai occupato il tuo ateneo stringendo i denti; un CdA di una grande azienda che minaccia di esternalizzare la sua produzione o la BCE che impone manovre inique e ingiuste senza interpellare mai i cittadini europei.

L’ossessione dei rapporti di forza incide sulle pratiche politiche al punto da diventare l’unico paradigma di confronto possibile, un’ossessione che spesso travolge la necessità di confrontarsi nel merito delle questioni, la ricerca di un obiettivo condiviso e la costruzione di una strada migliore per raggiungerlo. Per questo motivo, anche i movimenti più importanti del nostro paese, spesso si scontrano con l’incapacità di tutte le diverse anime di costruire, prima che delle pratiche di conflitto condivise, un piano di discussione condiviso, una modalità di confronto che non passi soltanto dalla necessità dell’espressione di una forza, in questo caso “incarnata” in gesti, linguaggi e politicismo.

Non a caso, le pratiche di conflitto più efficaci, messe in campo in Italia negli ultimi anni sono state espressione di percorsi politici che avevano come fine il miglioramento di una condizione esistenziale, nati perciò da un confronto tra soggetti che si riconoscono nella stessa condizione di oppressione e non da soggetti che riconoscono soltanto la propria parzialità e i propri interessi. Quest’ultimo approccio invece, risente spesso di un paradigma individualista che rassomiglia a quei modelli che cerchiamo di combattere, modelli che sono intrinsecamente machisti, primo fra tutti il modello capitalista.

Con questo non voglio scadere nella banale conclusione che le questioni di genere nei movimenti siano  espressione di una debolezza alla quale deve essere dato spazio, al contrario. Io sono convinta che le battaglie delle donne, siano espressione del fatto che i rapporti di forza si possano capovolgere, perché sono nate all’interno del nostro corpo, dalla nostra sessualità e sono state capaci di capovolgere paradigmi culturali millenari, di creare realmente nuovi diritti per tutti, liberando anche gli uomini dalle restrizioni sessuali. Per questo sono convinta del portato rivoluzionario delle questioni di genere nella sperimentazione di nuove pratiche politiche.

E qui, arrivo al problema che investe le donne: spesso è difficile non scindersi, spesso appare meno faticoso militare due volte, una volta da donne, un’altra volta da studentesse, precarie, lavoratrici ecc… Agli uomini non viene mai richiesta una cosa del genere, ma spesso per noi è più facile così, accettare la neutralità, piuttosto che sforzarsi di far comprendere ai compagni con cui ogni giorno militiamo che è davvero meglio per tutti, anche per loro, riuscire a percepirci insieme, donne e attiviste, donne e studentesse, donne e precarie, donne e lavoratrici, per provare a rompere degli stereotipi che investono anche il mondo maschile. E fare questo non vuol dire separare il problema politico in due quote (quella maschile e quella femminile) ma provare a leggere lo stesso problema in un’ottica di genere… insieme ai maschi. Solo così, la crisi e  le violenze sulle donne, la precarietà e la politica paritaria, i beni comuni e la privatizzazione dei consultori, faranno parte dello stesso ragionamento politico e dello stesso percorso di movimento.

Arrivare a costruire dei percorsi di mobilitazione larghi, che tengano conto dell’ottica di genere, non è facile e soprattutto non è un processo che si crea dall’oggi al domani, per questo credo che dei momenti di confronto e di mobilitazione al femminile siano utili, solo però se da un lato, riescono a diffondere presa di coscienza e autodeterminazione delle donne in tutti gli ambiti e dall’altro provano a costruire degli obiettivi politici chiari e definiti che diventino parte integrante delle battaglie più ampie sulla sanità, sull’istruzione, sul lavoro, sulla politica, sul welfare, sull’economia. Sono utili solo se scelgono di contaminare i ragionamenti di ogni singola organizzazione politica e sociale, solo se favoriscano la costruzione di percorsi misti, come per esempio stiamo provando a fare all’interno della nostra associazione.

Lo sforzo più forte, al quale noi donne non ci possiamo sottrarre è quello di non scinderci più, provando a ripartire da un noi complessivo, che riesca, come sta avvenendo anche all’interno di altri paesi, a fare dei movimenti una sperimentazione di un nuovo modello di società, che non può prescindere dal rifiuto del sessismo in tutte le sue forme possibili.

Tratto da Il Corsaro

 

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