Per un “comune” incarnato. Considerazioni attuali sul femminismo

di Anna Simone e Federica Giardini

16 /1/2012

Leggendo il testo apparso su “Micromega”, che accosta Luca Casarini e Francesca Comencini, esponente di “Se non ora quando” (SNOQ), abbiamo pensato che fosse utile fare il punto sul femminismo contemporaneo, in particolare quello vicino a “Uniti per l’alternativa”, per esplicitare meglio il lavorio paziente e quotidiano di molte donne nel movimento e per tornare sui temi che lo attraversano e sulla necessità di leggere la complessità di un’epoca in frantumi come la nostra.

 Il primo punto – con l’auspicio che sia un rilancio di riflessione, ma soprattutto di pratiche – riguarda la sensazione che assai spesso il lavoro comune (tra uomini e donne nei movimenti) si produca a partire da una strana divisione del lavoro politico-intellettuale. Anziché puntare proprio sulla “relazione” quale prima pratica costituente del comune, si ritrova spesso una sorta di “quota di genere” nelle azioni e nelle analisi. Da una parte il corpo, la violenza, la riproduzione, forse anche l’immigrazione; dall’altra, invece, le analisi su grande scala della crisi, declinata in tutte le sue specifiche: economia, lavoro, sovranità, rappresentanza. Quasi che tra i due piani non vi fosse un potenziamento da cogliere.

 Al fondo è una vecchia canzone. Tornano in mente i dibattiti del PCI anni Cinquanta o quelli di Lotta Continua. Le “questioni femminili” da una parte e la politica su grande scala dall’altra. Proviamo a cambiare musica. Si può fare immaginando gesti precisi e concreti, quelli che compongono la “pratica di relazione”, per l’appunto. Che cosa significherà mai questo lemma femminista? Significa leggere quanto scrivono le compagne e lavorare di traduzione e di connessione; significa aprire gli occhi e le orecchie e vedere/ascoltare le mille e una iniziative, azioni che costruiscono e prenderle come riferimenti per la messa in parola e per le analisi. Semplice, no?

 Molto, moltissimo è stato agito, detto e scritto da donne sulla riorganizzazione del lavoro, tra produzione e riproduzione, sulla cittadinanza, sui diritti e sulla rappresentanza, sulle nuove forme di governamentalità attraverso l’inclusione del genere femminile, sulle nuove forme del controllo sociale, sulla produzione di norme, sul potere, sulla riorganizzazione dei saperi, sui beni comuni. C’è già tutto per fare e pensare una nuova politica, davvero alternativa, non solo per una parte, ma per tutti.

 Il secondo punto è allora registrare una buona volta che il femminismo è un pensiero per tutti e tutte, non solo per le donne. Ecco qualche esempio: le lotte contro la legge Tarzia sui consultori dicono molto sulla riappropriazione e sulla riqualificazione del pubblico, oltre che sui beni comuni; mille altre azioni, come quelle contro i nuovi dispositivi di sicurezza, il controllo sociale, e le analisi critiche sui processi di femminilizzazione della produzione e del lavoro e sulla nascita di nuovi status identitari che “costruiscono”, oggettivandolo, il “Fattore D” – mettendolo a lavoro per produrre valore solo attraverso lo sfruttamento del capitalismo contemporaneo – potenziano ed espandono le analisi sulle biopolitiche del corpo e sugli effetti antropogenetici della crisi.

 In questi anni abbiamo prodotto questo e molto altro, e certamente non abbiamo avuto bisogno di Berlusconi per riscoprire chissà quale dignità perduta. Né tantomeno riteniamo utile tornare alle vecchie logiche che oscillano tra l’auto-vittimizzazione e la richiesta di tutele. Per noi “esserci” significa dare risposte, produrre invenzioni a contrasto con le riorganizzazioni operate dal neoliberismo e dalla sua crisi, interrogarci sulle forme di vita. Le azioni e le analisi concernenti le nuove retoriche sulla riproduzione e il nesso lavoro-cittadinanza sono un pozzo senza fondo di idee e di invenzioni già agite per tutti e tutte.

 Un altro esempio, allora. Le forme di organizzazione di molte occupazioni del presente, dal Teatro Valle all’ex Cinema Palazzo (in cui ci sono molte donne), nonché innumerevoli collettivi femministi nati a ridosso della grande manifestazione del 2007 (all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani), poi dall’Onda sino a “Uniti per l’alternativa”, parlano di una politica in cui si “fa” relazione e si costruisce politica come “esperienza”, parlano già di una politica che si lascia dietro pulsioni egemoniche, leaderistiche, rappresentative e prefigurano nuove istituzioni del comune, desideri federativi basati proprio sulla “relazione”, anche conflittuale.

 E ancora. E’ possibile raccontare la crisi senza tener conto dei rovesci che essa produce sulle forme di vita e sulla vita del corpo? L’aumento esponenziale del tasso di suicidi, l’aumento della vendita di psicofarmaci e delle patologie legate ad ansia, paura, depressione, non sono forse l’esito diretto del fallimento del modello neoliberista che a sua volta attraversa il quasi ventennio berlusconiano e arriva sino alla tecnocrazia targata Monti? Non si tratta, lo ribadiamo, di costruire pensieri e pratiche di “parte” o che costituiscono il “margine” di dotti discorsi sulla tecnocrazia contemporanea o delle infinite disquisizioni sui famosi “cicli di lotte”, ma di pensarne uno a tutto tondo in cui, appunto, il corpo non diventa solo “quello che fanno le donne”.

Cari compagni, le analisi su grande scala, i nuovi universali, oggi si costruiscono così, sapendo prendere dove c’è da prendere, sapendo vedere, ascoltare e magari – sarebbe davvero l’ora – rilanciare su un piano decisamente materiale. Oggi più che mai la sindrome da frammentazione e la relativa costruzione posticcia di status (il precario/a contro il garantito/a costituisce un esempio paradigmatico) ci parla anche di una frammentazione dei diritti oltre che di un alto tasso di conflittualità presente persino in composizioni sociali molto simili. Tutto ciò si ripercuote anche nei movimenti e nella loro composizione populista, identitaria, così come avvenuto in relazione alle pulsioni anti-berlusconiane (momento in cui nasce anche SNOQ).

La nostra idea di femminismo, invece, ha ben presenti i rischi della frammentazione e del differenzialismo, sapientemente tradotto dai modelli di governance e di marketing. Siamo certe che la grande posta in gioco del femminismo contemporaneo non si situa affatto dalla parte della rivendicazione di un riconoscimento del nostro essere “donne” (come fa SNOQ), ma sulla necessità di inventare nuovi universali incarnati, degli universali, cioè, che si collocano su un piano radicalmente diverso dall’universalismo classico. E’ già una realtà, ma solo se tutti ci decidiamo a dare corpo alle relazioni, alle analisi, se ci interroghiamo sulle pratiche a partire dalla nostra esperienza. Carla Lonzi molti anni fa suggeriva di “muoversi su un altro piano”. Il piano adesso c’è, è quello del dare corpo al comune.

Tratto da global project

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