LA VITA SIAMO NOI – 21 Gennaio 2012 –

– Relazione introduttiva –

Assemblea permanente contro la proposta Tarzia 

Roma, Casa internazionale delle donne

Grazie a Tutte per essere qui, siamo consapevoli che ognuna ha affrontato un sacrificio di tempo,di denaro e di fatica. Vi siamo profondamente grate per aver deciso di venire oggi a Roma per un confronto che speriamo possa essere utile e fonte di entusiasmo per tutte.

È quello che abbiamo sperato e voluto proponendo questo incontro.

Veniamo da una lunga battaglia e ci sembra che sia una battaglia che non è solo nostra, ma ha avuto a Roma e nel Lazio un centro particolare.

Quando all’apertura della legislatura regionale nel 2010 la Tarzia ha presentato il suo disegno di legge, essa teneva conto dell’esperienza precedente in cui in fine legislatura eravamo riuscite a bloccarla.
Questa volta pensava di giocare in anticipo sul tempo ma anche garantendosi una maggioranza assoluta in consiglio regionale perché la sua proposta fosse approvata in un batter d’occhio. La prima legge approvata, un fiore all’occhiello da replicare ovunque.

Oltre tutte le firme della maggioranza aveva infatti le firme di 7 consiglieri dell’opposizione. L’imprevisto siamo state ancora una volta noi donne, abbiamo svelato il senso di quella proposta che non era di semplice riordino e di privatizzazione dei consultori pubblici (cosa che sarebbe stata comunque grave) e ci siamo opposte tutte insieme costruendo le condizioni per cui anche i consiglieri regionali che avevano firmato per opportunismo, ignoranza e malafede ha dovuto prenderne atto e tornare sui propri passi, mentre i consiglieri di maggioranza hanno perso lo slancio iniziale.

Perché noi abbiamo fatto letteralmente muro sul principio dell’autodeterminazione (quella legge non parla di noi).

Lo abbiamo impedito con i nostri corpi perché abbiamo dimostrato l’arroganza e l’insipienza dell’illegalità e incostituzionalità del testo proposto e svelato la sua natura. Abbiamo, forti delle nostre ragioni, chiesto pareri giuridici e costituzionali, lanciato unaraccolta  di firme attraverso la quale spiegare a donne e uomini della regione quanto stava succedendo. Contro questa proposta di legge in poco tempo abbiamo raccolto 100.000 firme, facendo banchetti ovunque fosse possibile, anche alle fermate della metropolitana, nelle piazze, con volantinaggi itineranti per le vie del centro, e naturalmente nei consultori, nei nostri luoghi di lavoro, con parenti ed amici, parlando proprio con tutti. La risposta di donne e uomini al nostro invito a firmare è sempre stata positiva, immediata ed entusiasta, anche esprimendo preoccupazione di perdere o di vedere snaturato un servizio che, pur con i suoi limiti, dal 1975 garantisce informazione, promozione e tutela della salute delle donne, delle coppie, degli adolescenti. Per molte e molti parlare con noi di diritto alla salute, di contraccezione o di aborto è stato liberatorio.

E poi abbiamo fatto, con oltre sessanta associazioni di Roma e del Lazio richieste di audizioni, coinvolto gli ordini professionali, i municipi, i comuni e le province e affermato la nostra presenza ovunque fosse possibile, usato la stampa con flash-mob davanti ai consultori e con manifestazioni sempre più importanti e determinate abbiamo esercitato un controllo politico su quello che succedeva nelle Commissioni e nelle aule della Regione.

Abbiamo sventato le provocazioni e le bugie continue della Tarzia e dei suoi agguerriti sostenitori. C’è un report che dà sinteticamente conto del lavoro di questi 18 mesi e scorrendo il quale ci si può rendere conto del perché la prima legge di questa consigliatura deve essere ancora approvata, sebbene Polverini si rifiuti da mesi di riceverci e prendere atto del fatto che abbiamo raccolto più di 100 000 firme. Quest’atteggiamento la dice lunga sulla sua idea di democrazia e di rispetto delle donne nonostante le sue campagne milionarie sul “voi mi state a cuore”.

Eppure non possiamo essere soddisfatte, non solo perché quel testo non è stato ancora ritirato anche se sta su un binario morto nonostante le dichiarazioni della signora Tarzia. Ma perché il problema viene affrontato negativamente anche in tutti gli altri settori di competenza istituzionale: attraverso la proposta di modifica della legge regionale sull’assistenza sociale con la modifica dei distretti sociosanitari; sulle idee arretrate e “rancorose”  nei confronti delle donne nel nuovo Piano famiglia dell’Assessore Forte; con lo svuotamento quotidiano nella gestione della sanità dove nei consultori non c’è tourn-over sul personale e quindi le èquipe sono sempre più in difficoltà nel rispondere alle richieste delle donne e nell’offerta attiva rivolta al territorio; e infine nell’applicazione della legge 194 in cui si deve sempre fare i conti con gli obiettori di coscienza (e ora l’obiezione è fatta propria anche da farmacisti in barba alla legge nazionale e alla convenzione con la Regione nonostante il fatto che la pillola del giorno dopo non sia un farmaco abortivo).

Non siamo soddisfatte perché in gioco c’è il nucleo della politica dello scambio tra Security e Safety che è stato messo in opera negli ultimi anni, strumentalizzando il nostro corpo, a nostro danno.
Attraverso le politiche securitarie e la legge della paura che scarica il degrado culturale costruito con le politiche iperliberiste degli ultimi 20 anni sulle popolazioni migranti, mentre in ogni luogo del paese le donne, nel migliore dei casi continuano a non poter contare sui servizi – asili nido, centri antiviolenza, case reddito- , nel peggiore continuano a morire per mano dei propri congiunti.

Ma cosa c’è nella legge Tarzia che ci fa considerare ignobile quella proposta, non emendabile, completamente inaccettabile?

C’è scritto che “i consultori … sono istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia e i valori etici … a vigilare sulla famiglia… prevedendo e prevenendo crisi … sostenendola nel suo intero ciclo vitale” e che  “La regione riconosce la dimensione “sociale” della famiglia fondata sul matrimonio … come istituzione votata al servizio della vita … riconosciuta come realtà preesistente al diritto positivo”.
C’è una idea delle donne arcaica e punitiva, ci vuole tutelare e contemporaneamente relegare a un ruolo subalterno e supplente di uno stato assistenziale, c’è un idea di famiglia che non corrisponde a ciò che noi costruiamo con gli affetti, le relazioni, la solidarietà …c’è invece quel modello di famiglia mononucleare (padre madre -sposati- e possibilmente due tre figli) in cui la donna è una matrice, è un contenitore, e ha senso e valore solo in virtù della funzione riproduttiva, e non ha diritti al di fuori dello stare in quel tipo di famiglia.

Ma è lo stesso modello di famiglia su cui si basano le politiche di conciliazione – tempi di lavoro fuori di casa e tempi di lavoro di cura in casa non retribuito -ed è lo stesso modello di famiglia, e di relazione affettiva, in cui le donne vengono ammazzate dai mariti, ex mariti, padri, fratelli, fidanzati etc etc. (quella famiglia che impedisce per es. a una adolescente di riconoscere il proprio desiderio sessuale,e di viverlo, come è accaduto a Torino, e che pur di sfuggire alla colpevolizzazione che la sua famiglia esercitava su di lei non ha potuto o voluto affrontare responsabilità sul proprio corpo e sulle proprie scelte sessuali e si è assunta la responsabilità di indicare stupratori inventati che diventano pretesto per far bruciare un campo rom).
È un modello di famiglia in cui noi siamo spogliate di diritti individuali, abbiamo solo il compito riproduttivo e per questo dobbiamo stare sotto tutela e sotto controllo.

E allora fermare la proposta di legge Tarzia non basta, anche se è necessario.

Abbiamo constatato fin dall’inizio che la proposta di legge Tarzia che sembrava affiancarsi a situazioni precedenti di protagonismo del movimento per la vita, in realtà era molto più oltranzista degli interventi certo non leggeri fatti da Formigoni con il progetto Nasko o da linee guida di peggioramento della 194 come ha fatto Cota. L’inserimento del movimento per la vita puntava a svuotare di senso a livello locale le leggi nazionali, con limitazioni della 194 o con trasferimenti di risorse ad associazioni confessionali. In questi casi la dimensione ideologica della vita e il problema dell’obiezione di coscienza rimangono strumenti privilegiati ma si cerca di ostacolare dall’interno delle strutture la possibilità di autodeterminazione delle donne,lavorando sulla dissuasione di ogni singola donna e contando sulla fragilità emotiva in quel momento particolare. Con la proposta del Lazio si compie un salto di qualità puntando alla rimessa in discussione e a una rivincita politica e culturale sui principi cardine di libertà di scelta voluti dalle donne negli anni ‘70 e a una sostanziale abolizione, per via di un federalismo eversivo, di leggi nazionali conquistate la 405,la 194,persino alcuni principi del diritto di famiglia e la trasformazione dei consultori in centri famiglia dove tutte le competenze e il potere è assegnato a nuove figure specialistiche di chiaro stampo etico e confessionale reclutate fuori e contro gli operatori pubblici,messi sotto tutela dei comitati etici,figure che intervengono in ogni stadio della vita di coppia, dalla contraccezione al parto, dalla dissuasione certificata dell’aborto all’educazione dei figli,dalla tutela del concepito come soggetto di diritto alla tutela della coppia, arrivando a rappresentarla nel rapporto con la magistratura nelle separazioni o in caso di famiglie problematiche. Contemporaneamente si spostano su queste figure professionali e su questi servizi non solo tutte le risorse sottratte ai consultori pubblici, ma anche risorse più sostanziose e perfino detrazioni fiscali non contemplate da nessuna legislazione nazionale.

Tutto si può racchiudere nel tentativo di cambiare lo stesso articolo della costituzione che parla della famiglia come società naturale per farla diventare soggetto politico e dove la sussidiarietà attualmente prevista è rovesciata nel suo contrario. Le nuove proposte di legge in Piemonte e in Veneto si muovono su questa falsariga e la Tarzia ha annunciato a breve la presentazione di proposte simili in altre regioni Italiane,mentre non si placa il boicottaggio solito di marginalizzazione del servizio consultoriale, non viene applicato il Pomi, i LEA (livelli essenziali di assistenza) e il Percorso Nascita, che prevede un ruolo determinante dei consultori. La battaglia degli obiettori è sempre più estesa, persino per la pillola del giorno dopo,e non trova efficace gestione l’ivg farmacologica, con la pillola RU 486; continuano a macchia di leopardo le intimidazioni verso le donne che ricorrono alla 194 con azioni feroci sia del movimento per la vita o anche di altre associazioni come Giovanni XXIII.

Per tutte queste ragioni abbiamo pensato che questa non era una battaglia di retroguardia o settoriale ma un conflitto vitale e necessario perché mette in discussione la libertà di scelta delle donne. Per questo alla retorica della vita abbiamo risposto che la vita siamo noi con la nostra capacità di prenderci cura  di noi stesse in primo luogo e  quindi di tutti i nostri affetti  se vogliamo e delle nostre scelte.

Abbiamo pensato che ripartire dalla difesa dei consultori, dalla difesa dei diritti acquisiti (sulla salute sessuale e riproduttiva ma non solo) significa ripartire dalla consapevolezza che il nostro corpo, il nostro controllo sul nostro corpo, su noi stesse è il punto centrale – è la sostanza della parola autodeterminazione – da cui possiamo partire per proporre anche un sistema sociale diverso, tanto più in un momento in cui altri diritti e altri servizi rischiano di essere travolti dalla crisi e dalla contrazione della spesa pubblica.

Ma è una battaglia che le donne stanno combattendo in modi diversi in molte realtà italiane ed è per questo che abbiamo sentito il bisogno di un confronto che ci permettesse di andare oltre le informazioni generali. È importante conoscersi e riconoscere le donne che queste battaglie stanno facendo in prima persona e riconoscerci e darci forza le une con le altre. Per questo abbiamo proposto questo incontro e vi abbiamo invitato a discutere insieme sullo stato delle cose nei vari territori con l’idea che se ci coordiniamo possiamo reagire, tutte insieme e a livello nazionale, allo svuotamento regionale di parti di welfare irrinunciabili per le donne italiane e per le donne migranti. Vogliamo ragionare partendo dal fatto che il corpo, il nostro controllo sul nostro corpo che poi è il controllo su noi stesse, è fulcro dei diritti e dei servizi che rivendichiamo. Per questo anche l’incontro è strutturato su queste tre parole corpo – diritti – servizi.

La lezione per noi più importante di questi 18 mesi è stato vedere come il confronto tra donne, anche molto diverse le une dalle altre, ci abbia dato lucidità e forza collettiva. Questa forza ha fermato quello che sembrava un potere invincibile che giocava contro le altre donne per tutelarle da se stesse in nome della vita. Questa nostra forza ha costretto, almeno per il momento, chi pensava che la libertà delle donne fosse cosa d’altri tempi da lasciarsi alle spalle a fermarsi e riflettere. È solo un primo risultato e ci piacerebbe che succedesse anche a livello nazionale.


Perché crediamo fermamente  che l’autodeterminazione delle donne è innanzitutto una battaglia di libertà e democrazia che coinvolge tutte e tutti, perché inciderà sul nostro futuro e su quello delle generazioni a venire. Perché è necessario decostruire il prototipo della “famiglia coatta” per ricostruirla sul desiderio e le relazioni affinché
nessuno possa più deliberare sul nostro corpo e soprattutto affinché nessuna/o sia più esclusa/o da diritti universali – diritti di cittadinanza, reddito, welfare-.

Perché non siamo mai state zitte e a più riprese siamo uscite dal silenzio, ma ora bisogna farlo in modo più forte e tutte insieme.

  

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