Diritto all’autodeterminazione

di Carlotta Sorrentino

“Lo stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”.

E’ questo l’incipit dell’ art.1 della Legge 194 del 1978. Non a caso figura la parola diritto. Diritto, Diritti, Giustizia Sociale, Libertà, parole di cui spesso si fa un uso per nulla consapevole. Parole che non sono solo tali, ma con loro portano un bagaglio culturale, sociale e politico pesante.
Abbiamo, come Assemblea delle donne, promosso questo incontro partendo proprio dalla consapevolezza che, ormai da troppo tempo, è in corso un attacco continuo a queste parole, ma soprattutto al loro portato culturale e sociale.
Vogliamo centrare il nostro confronto proprio sull’importanza e sul senso vero di queste parole. Vogliamo porre al centro del nostro dibattito l’autodeterminazione delle donne. Vogliamo che ad essere protagonisti tornino ad essere i diritti e le nostre proposte e rivendicazioni per estenderli, tutelarli e difenderli. Perchè è proprio questo che dobbiamo fare, dobbiamo difenderci. Dobbiamo difenderci da chi, in nome della difesa della vita, vuole smantellare i consultori; da chi vuole imporci un modello di “società etica”; dobbiamo difenderci da quanti in nome del mercato e per difendere i propri privilegi vogliono impedire alle donne di essere soggetti attivi nella vita pubblica del paese, che si traduce di fatto in una posizione di subalternità e passività anche nella sfera privata.
Dobbiamo difenderci da politiche retrograde e familiste, che vedono nell’espulsione della donna dal mercato del lavoro, una soluzione rapida e a costo zero per garantire il Welfare nel nostro paese. Le donne, lo ricordiamo, sono la maggioranza in molti di quei settori lavorativi dove la scure della crisi si è abbattuta più pesantemente. Tante, troppe, sono le donne che negli ultimi due anni sono state licenziate grazie alla pratica delle “dimissioni in bianco”, ovvero quella norma che permette al datore di lavoro di licenziare impunemente una donna incinta. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per occupazione femminile e per quanto riguarda la parità di trattamento economico tra donne e uomini.
Tutto questo, insieme ad una sempre maggiore precarizzazione delle vite di tutti noi, donne e uomini, non favorisce certo la presenza delle donne nel sistema produttivo del paese e le relega ad un ruolo riproduttivo e di cura, scaricando sulle loro spalle tutto il peso di quelle politiche sociali, ormai praticamente inesistenti. Si pensi solo ai pesanti tagli all’istruzione prodotti dalla Riforma Gelmini, che non solo hanno dimezzato le classi a tempo pieno, ma hanno ridotto considerevolmente le ore di sostegno ai ragazzi con disabilità.
Pensiamo poi alla situazione drammatica del nostro sistema sanitario nazionale. In nome del profitto anche la salute delle cittadine e dei cittadini italiani, per non parlare di quella delle e dei migranti residenti nel nostro paese, è stata mercificata indiscriminatamente.
La tendenza e la ratio esistenti dietro ai tagli alla spesa pubblica dello Stato, alle varie proposte di riforme delle forme più disparate di tutele, che un secolo di lotte avevano a caro prezzo conquistato, sono sempre le stesse: favorire il privato a dispetto del pubblico. Privato che può essere rappresentato da enti di diversa natura, confessionali e non, o più semplicemente dalla famiglia, e quindi dalla donna. Proponendo in questo modo, non solo un modello di donna sottomessa e completamente svuotato del suo ruolo nella società e nella storia del nostro paese, ma un modello sociale escludente, in cui è l’interesse del singolo che primeggia su quello della collettività.

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