Femminismo in pratica

Dopo l’incontro di Padova del 30 6 2011 allo Sherwood Festival 

“Donne e politica.Riflessioni dopo il 13 febbraio”

L’incontro, un percorso che alternava il punto di vista teorico e quello dei nuovi femminismi nei territori, è stato ricco e interessante, e ci ha permesso di arricchire e confermare la nostra lettura dell’attualità.Forse troppi gli elementi da poter approfondire ma siamo certe che ci saranno altre occasioni di dibattito.

I “nuovi femminismi” di cui si parlava e di cui abbiamo mostrato l’attività e la presenza nei conflitti e nelle emergenze sociali in atto non hanno preso le mosse dal 13 febbraio. Se vogliamo parlare di una ripresa di parola pubblica delle donne dobbiamo ripensare al 2007 e alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne. In piazza, il 24 novembre di quell’anno, abbiamo parlato di un tipo di sicurezza che non passa dalle telecamere a circuito chiuso, dalla presenza dell’esercito nelle città, dai taxi rosa e dall’orrore del pacchetto sicurezza. La sicurezza di cui abbiamo parlato si chiama sicurezza sociale, l’unica che secondo noi può impedire che le donne, di tutte le nazionalità, subiscano la violenza maschile, in tutte le sue forme, perché la violenza avviene soprattutto in famiglia e nei luoghi di lavoro. E da allora non ci siamo fermate.

Non neghiamo in nessun modo l’importanza della visibilità mediatica nella rappresentazione dei conflitti, e che la manifestazione del 13 febbraio 2011 abbia il grande merito di aver riportato in piazza centinaia di migliaia di donne… ma non basta.

I problemi relativi alla sicurezza sociale per le donne, e la comprensione della natura di questi problemi, restano tutt’ora fuori dalla politica di palazzo e dalle manifestazioni di matrice “antibelusconista”. Bisogna fare di più, assumendo il punto di vista dei vecchi e dei nuovi femminismi.

E allora non è più sufficiente pensare che basti la presenza delle donne nei luoghi di potere per innescare il cambiamento sociale, necessario secondo noi per uscire dalla subordinazione economica e politica che continuiamo a subire.

Le donne di potere esistono già: da Sarah Pallin alla Santanchè, da Pauline Nyiramasuhuko (appena condannata per il genocidio in Ruanda) alle sindache leghiste e alla Gelmini. La risoluzione del problema non si riduce alla presenza delle donne nei centri di potere, ciò che conta è quale politica mettono in atto in quei luoghi. Le quote rosa nei consigli di amministrazione delle aziende non significano nulla per le donne della mavib licenziate perchè donne, o per le 800.000 mila donne licenziate nel 2010 perchè incinte. Ed è questo il momento per capirlo.

Forse nella rappresentazione general-sociologica può fare la differenza, ma noi, non essendo sessiste, non siamo interessate al sesso del personaggio politico ma alla politica che mette in atto.

Siamo convinte che qualora ci fossero cambiamenti politici seri e reali saranno proprio le donne a portarli avanti, ma donne che partono da aspetti fondamentali della riflessione e della pratica femminista.

La soluzione non passa più da una politica che crea la lobby delle donne (neanche più femministe) oppure dalla conciliazione “dei tempi di vita e di lavoro per le donne”. Non passa dalla divisione delle donne in sante madri e puttane. I cambiamenti politico-sociali, necessari per noi donne, soprattutto

per lavoro e reddito, non potranno essere nemmeno immaginati se non si comprende che ruolo abbiamo già nella composizione del “welfare” che non può essere oggetto di conciliazione, di ulteriore negoziazione. Ne va della nostra vita.

E i cambiamenti nella società e nelle relazioni non potranno essere reali se non continuiamo il percorso, già iniziato ma non portato a termine, del nostro controllo sulla nostra salute riproduttiva,

sulla nostra sessualità e sulla maternità.

La sicurezza sociale di cui parlavamo nel 2007, e che ancora sperimentiamo, continua ad essere messa in discussione, minata da politiche economico-sociali sconsiderate e da leggi su lavoro, scuola, sanità e privatizzazione dei servizi pubblici che ci mettono seriamente a rischio. Per noi un femminismo in cui le donne si autorganizzano e affermano, anche con le azioni, il loro diritto a una vita dignitosa, a una sessualità e una maternità che non sia una condanna a morte, è l’unica via d’uscita praticabile.

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